Questo complesso di cose difficili e necessarie fu sciolto in un modo che allora non si poteva pensar migliore, mediante i Comizj di Lione. Questa città, a mezza via fra Milano e Parigi, dove non giungevano nè le influenze corruttrici del governo cisalpino, nè i propositi dominatori delle consorterie parigine, parve e fu veramente adatto luogo per quel convegno fra gli elementi italiani e gli elementi francesi, da cui doveva nascere il nuovo Stato repubblicano dell'alta Italia. Vi giunsero, nel cuore dell'inverno, frammezzo a intemperie che avevano reso pericolosi tutti i passaggi delle Alpi, parecchie centinaja di rappresentanti, nominati dal governo, dalle città, dalle provincie, dalle università, dalle camere di commercio, dai tribunali, dagli ecclesiastici, dalla guardia nazionale; vi stettero un mese e mezzo, suddividendosi in comitati, lavorando, discutendo, consigliando, studiando miglioramenti di cose ed elenchi di nomi.

Quel congresso presentò in embrione tutti i fenomeni buoni e i fenomeni cattivi che costituiscono il regime parlamentare; ma i fenomeni buoni vi prevalsero perchè erano alte le correnti del patriottismo. Vi apparvero ambizioni puerili che furono dissipate dalla serietà; vi si tentarono intrighi che si ruppero contro l'onestà. Il Prina, il Guicciardi, il Mariani, lo Strigelli, il Marescalchi vi guadagnarono o vi accrebbero la loro riputazione come oratori e come uomini di Stato. Lo zelo e la rapidità nel fare erano gli elementi costitutivi di quel patriotismo serio che la personalità del generale Bonaparte aveva saputo trarre dai ruderi delle parole e modellare a sapiente energia.

Certo, parrebbe incredibile ai nostri giorni, così saturi di abuso e di scetticismo in fatto di riunioni e di commissioni e di rappresentanze, che di 452 cittadini eletti a formar parte della Consulta di Lione, 450 si siano recati al loro posto e vi siano rimasti fino all'ultimo giorno. E sarà sempre un'umiliazione pei nostri meccanismi parlamentari il ricordare che quell'Assemblea costituente di 450 deputati, venuti da diverse provincie, nuovi per la massima parte a pubblici affari, non illuminati da giornali politici o da comitati elettorali, abbia trovato in sè stessa tanta forza e tanta virtù da deliberare e votare, con utile effetto e con perfetta tranquillità, un'intera legislazione politica, in un tempo minore di quello che oggi basterebbe appena per discutere un bilancio dei lavori pubblici.

Il Primo Console arrivò a Lione la sera dell'11 gennajo 1802. La Consulta vi era già radunata da un mese; egli s'era attardato in Parigi per dare le ultime spinte ai negoziati intrapresi coll'Inghilterra e che dovevano condurre alla posticcia pace d'Amiens. Arrivò come un trionfatore, come un sovrano. Era allora in tutta la forza del suo genio, al colmo della sua popolarità. La campagna d'Italia, il riordinamento della Francia, la savia pace stipulata a Luneville avevano circondato il suo nome di un'aureola che più fulgida potè sembrare di poi, non mai più serena nè più meritata. Aveva saputo domare l'anarchia senza elevarsi a tirannide, stravincere senza abusare della vittoria, ricostituire in due anni un paese, sfasciato da così lungo imperversare di guerre e di fazioni. Pochi uomini ricordava la storia, di cui l'ingegno avesse in sì breve tempo lasciata sì vasta orma. Onde la gratitudine toccava all'entusiasmo, e chi non amava, ammirava. Sei mesi dopo, la Francia gli avrebbe dato il Consolato a vita, e due anni dopo, l'Impero; ma fin d'allora il potere di Bonaparte non aveva altri limiti che la sua moderazione. Sventuratamente, questa doveva durare assai meno che il suo splendore.

La città di Lione aveva in quei giorni aspetto fantastico; Milano vi si era rovesciata, e i Francesi guardavano con simpatica meraviglia ad alcuni fra i nostri concittadini d'illustre nome, all'astronomo Oriani, al Cagnoli, al Moscati, al Bossi, pittore, al Longhi, incisore, ad Alessandro Volta, all'arcivescovo Filippo Visconti, che, vecchio di 82 anni, aveva superato le Alpi e non doveva più rivederle[2]. Oltre ad essere provvisoriamente la capitale lombarda, Lione pareva quasi divenuta, per una settimana, anche la capitale della Francia. I prefetti e le autorità di venti dipartimenti vi si trovavano raccolti ad aspettare l'arrivo del Primo Console. Una parte della guardia consolare v'era stata inviata da Parigi; la gioventù lionese aveva costituito per quella occasione un corpo di cavalleria d'onore dalle ricche armi e dalle brillanti uniformi. Generali e ministri erano accorsi da Parigi, da Milano, da Marsiglia; e più solenne di ogni spettacolo la vista dell'esercito d'Egitto, reduce in quei giorni dalla sfortunata epopea; laceri e gloriosi avanzi di Arcole, di Rivoli e delle Piramidi, arrivati a Lione in tempo da vedere nel più alto grado della potenza e dello splendore il generale che li aveva guidati a vincere alle foci del Nilo come alle sorgenti del Po.

Il Primo Console era atteso già da più giorni. La popolazione bivaccava nelle campagne per timore di perdere l'ora dell'arrivo; la cavalleria lionese caracollava da quarantotto ore sulla strada maestra; la città splendidamente illuminata; gli animi ebbri. Quando la carrozza comparve, un lungo urlo: viva Bonaparte lo accompagnò fino al palazzo municipale. Colà scese, accompagnato da Giuseppina e dal giovinetto, non ancor principe, Eugenio. Ricevette il dì dopo i magistrati della città, le autorità civili e militari dei dipartimenti, lo stato maggiore dell'esercito d'Egitto, i membri della Consulta, presentatigli dal Marescalchi. A questi ultimi parlava in lingua italiana, seduzione per italiani grandissima. La sera fu in teatro, ove rappresentossi la Merope. Poi, la notte appresso, ad un ballo, a cui Giuseppina e le signore del suo seguito comparvero abbigliate di sole stoffe lionesi.

In pochi giorni, col suo meraviglioso istinto d'affari, e sugli schiarimenti che otteneva dal Marescalchi, dall'Aldini, dal Melzi, dal Talleyrand, fu interamente edotto delle cose trattate e conchiuse, delle difficoltà che restavano ad appianare. V'era stata lunga e sorda lotta fra le idee che voleva applicare all'Italia il Talleyrand e quelle da cui non dipartivasi Francesco Melzi. Prevalsero le ultime che ottennero l'aperto suffragio del Primo Console. Il Talleyrand voleva Stato piccolo, costituzioni vecchie, principe fiacco; Melzi insisteva per istituzioni nuove, per ampio Stato governato da principe illustre. Il ministro cortigiano insinuava che Giuseppe Bonaparte sarebbe stato un egregio presidente della nuova Repubblica, e lo schietto cittadino rimbeccava con fine spirito: “l'existence des archiducs a toujours suivi, jamais précédé celle des rois dans les familles souveraines.„ Egli voleva il Primo Console a capo del suo paese, perchè in lui solo aveva trovato, fra la turba degli statisti contemporanei, concetti politici affini ai suoi e l'autorità necessaria per farli prevalere. Non voleva uno Stato satellite che girasse intorno all'orbita del pianeta; poichè un uomo solo era grande e a tutti pareva necessario, voleva che quello, e non altri, assumesse, dopo la responsabilità del creare, quella del dirigere e del mantenere.

Sicchè volse tutta l'influenza sua e quella de' suoi amici a far sì che la Consulta acclamasse il Primo Console a Presidente; e la Consulta, che già aveva designato nel Melzi il proprio candidato[3], misurando da quell'alto disinteresse la forza della sua convinzione, si piegò unanime a quel desiderio e incaricò un Comitato speciale di esprimere a Bonaparte la preghiera dei rappresentanti italiani.

Fu nella solenne adunanza del 26 gennajo che lo scioglimento politico si annunciò.

La Consulta era completa. Il Primo Console v'intervenne come a seduta reale, accolto da grandi applausi, e andò a sedersi nella parte più elevata della sala, accompagnato dalla sua famiglia, dai ministri Talleyrand e Chaptal, da un gran numero di generali, da venti prefetti, da quattro consiglieri di Stato. Quando l'acclamato Presidente si alzò per parlare, nell'ampia sala non s'udiva un respiro. Si afferravano le parole, s'indagavano gl'intenti. Bonaparte parlò in lingua italiana, con pronuncia netta e vibrata. Il suo discorso, abilmente conciso e improntato di quella grandiosa semplicità che distingueva il suo dir pubblico, toccava delicatamente molte corde e ne trattava altre con aspra franchezza. Si vedeva ch'egli s'era ricordato di parlare ad Italiani, ma di parlare in mezzo a Francesi.