Si può pensare che conseguenze dovesse produrre siffatto indirizzo governativo. Tutti ne abusavano, a seconda dei loro istinti, di prepotenza, di vaniloquio o di avidità. Brune e Massena avevano ricominciato le loro estorsioni; il generale Miollis faceva rizzare un albero di libertà e diceva che questo avrebbe fatto rivivere le virtù, le scienze, le belle lettere e le arti. Il generale Varrin si faceva sborsare 440 lire al giorno pel suo pranzo; chiedeva approvvigionamenti anticipati pel doppio della forza che aveva sotto le armi; lacerava in faccia al presidente dell'amministrazione provinciale i documenti che questi allegava a sostegno delle sue ragioni.

Questa situazione non era ignota al Primo Console, a cui denunciavano fatti e chiedevano provvedimenti Paolo Greppi, Ferdinando Marescalchi, Antonio Aldini. E a quest'ultimo rispondeva Bonaparte: “So che laggiù le cose vanno molto male; non si commettono che bestialità e si ruba a precipizio. Quella è gente nata in uno stato mediocre, che si è messa in testa di fare una gran fortuna, profittando del posto.... Scrivete loro ch'io so bene tutte le loro bricconate e che creerò una Commissione per esaminarle.„

Ma intanto le altre cure del vasto Stato assorbivano il vasto intelletto; e il Sommariva, corazzato contro ogni severità di parole, continuava ad accrescere, coi metodi di corruzione, i complici d'oggi, che sperava potessero diventare gli ajuti dell'indomani. Lasciava quindi sempre maggiore libertà alle passioni, impunità maggiore ai disordini. I liberatori si atteggiavano da capo a conquistatori; e Carlo Porta flagellava di profondi sarcasmi i facili trionfi cittadini della milizia francese.

Onde Francesco Melzi, che conosceva i suoi paesi e i suoi tempi, scriveva al Primo Console, parlando dei Russi: “ils seront bien plus tôt oubliés que les Français; celui qui opprime et qui tue brutalement blesse encore moins que celui qui humilie.„ E infatti erano ricominciate le vendette personali. L'ajutante generale Hector, nel traversare piazza Fontana, veniva colpito da coltello al cuore; altri ufficiali subivano qua e là dal ferro notturno dei popolani la conseguenza dei rancori politici o più verosimilmente la pena di galanti misfatti. Il paese insomma era travagliato da una profonda malattia morale, e minacciava ricadere nell'odio per la libertà.


La Consulta di Lione ci trasse da queste abbiezioni e inaugurò veramente in Lombardia il periodo della ristorazione morale.

Fu una curiosa pagina di storia italiana e che vorrebb'essere illustrata più largamente di quanto non s'è fatto sinora.

Raccogliere la rappresentanza politica di un paese in una città straniera; elaborarvi tutto intero un organismo di Stato per questo paese; discutervi lo Statuto fondamentale; eleggervi come capo di questo paese un generale pure straniero, che era nel tempo stesso il primo magistrato della Repubblica in cui questa riunione avveniva; e datare da tutto questo guazzabuglio la prima vera epoca di libertà e d'indipendenza pel paese che si lasciava tranquillamente così regolare, sono fenomeni che bisogna giudicare solamente coi criterj di quell'età; straordinarj come i tempi, come gli eventi, come l'uomo che li dominava e li correggeva.

Tutto andava male in Lombardia e bisognava quindi tutto rifare. Chi poteva rifar tutto non era che un uomo, Napoleone Bonaparte. Egli però non poteva far solo e doveva fare rapidamente. Non poteva assentarsi dalla Francia, dove le sue mani movevano tutte le fila d'un febbrile riordinamento amministrativo; non poteva restare a Parigi, dove i rappresentanti italiani si sarebbero trovati in mezzo a troppe e troppo vivaci influenze. Bisognava che alle nuove istituzioni presiedessero gli uomini migliori, e che svanisse tra questi ogni gelosia personale, ogni dissidio d'idee. Si doveva dare al nuovo Stato tutta la forza che deriva da un'amministrazione autonoma, e impedire nel tempo stesso che il suo governo, staccato da ogni potente legame, si trovasse rimpetto a grosse complicazioni europee come

Nave senza nocchiero in gran tempesta.