Questo a poco a poco s'era venuto restringendo in mano agli elementi più inetti. Il Melzi rifiutava ostinatamente di farne parte, per manifesta sfiducia dei precarj ordinamenti, e continuava anzi a restare in Ispagna, donde non si decise ad uscire se non pei replicati inviti del Primo Console che lo volle a Parigi. A Parigi stava pure l'Aldini, inviato per trattare riduzioni di tributi e repressioni di angherie militari. Priva dei due intelletti maggiori, delle due esperienze politiche più consumate, il potere esecutivo lombardo andò a tentoni, finchè un decreto del plenipotenziario Petiet mutò ad un tratto la Commissione esecutiva in Comitato di Governo e lo compose di tre soli fra gli antichi commissarj, un Ruga, Francesco Visconti-Ajmi, e Gio. Battista Sommariva, di Lodi.

Giusto era forse il concetto di rendere meno numeroso il Consiglio esecutivo, ma ne guastò affatto i risultati la scelta infelice degli uomini, dovuta alle peggiori influenze da cui il Primo Console non seppe quella volta abbastanza schermirsi.

Francesco Visconti non era per verità uomo disonesto, e abbandonò il potere appena vide che i suoi colleghi ne facevano stromento di corruzioni. Ma per l'alta carica non aveva titoli sufficienti d'ingegno; forse dovettero parer tali al generale Berthier, influentissimo presso Bonaparte, e che, più costante del suo padrone, continuava a considerare la contessa Visconti come l'ideale della bellezza italiana.

Il Ruga, portato egli pure da influenze femminili, ebbe meno scrupoli del suo collega, e quando uscì dal governo era dieci volte più ricco che quando v'entrò.

Ma chi passò ogni misura di scandali nel salire, nel restare e nello scendere dal potere fu Gio. Battista Sommariva, che, impersonando in sè stesso il triumvirato, adunò anche sul proprio capo tutta la responsabilità di quella malaugurata amministrazione.

Nato barbiere e fattosi, per sorprese di tempi, avvocato, s'era buttato nel moto politico, imbrancandosi naturalmente fra i gruppi più romorosi e più estremi. Per influenza della Società popolare era stato nominato segretario generale del Direttorio cisalpino, ed esercitava così sugli ordini di governo una specie di sindacato costante, in nome e per gl'interessi della democrazia scapigliata.

Al sopraggiungere degli Austro-Russi, il Sommariva era corso a Parigi, e lì s'era accostato a tutti gli elementi equivoci della gran Babilonia, s'era perfezionato nella conoscenza dell'intrigo, nel maneggio degli uomini e nei segreti della corruzione. Così aveva ottenuto la confidenza e l'appoggio di alcuni fra i più alti personaggi del tempo, fra gli altri del Talleyrand e del generale Murat, che non erano troppo schifiltosi sulle qualità morali dei loro amici.

Forte di queste aderenze parigine e di quella furberia che ai mestatori tien luogo sempre d'ingegno, spadroneggiò presto nel Comitato di Governo; ostentò apparenze moderate e lasciò le briglie sul collo a' suoi antichi amici, perchè facessero rivivere le ire e le mascherate del triennio; parlava linguaggio pomposo d'indipendenza, ma ai generali francesi, protettori e complici suoi, accordava ogni più insana domanda: governò male insomma per cinica risoluzione, sapendo che soltanto dal malgoverno possono i cattivi cittadini trarre impunità e occasioni di turpi lucri.

Così dal centro partiva la corruzione e intorno al centro si allargava. Egli aveva segreti legami d'affari con un banchiere Marietti e con un giojelliere ebreo, Formiggini; i quali scontavano al 40 per 100 i boni rilasciati dallo stesso Sommariva per somministrazioni e per debiti dello Stato.

Mentre a Parigi l'Aldini e il Serbelloni trattavano col Primo Console per ridurre a due milioni mensili la contribuzione militare della Repubblica, il Sommariva la stipulava con Petiet e con Murat in una cifra di 2,700,000 lire. Si moltiplicarono misure finanziarie repentine e rovinose; vendite di beni demaniali, lotterie, imposizioni di guerra, prestiti sulle famiglie più ricche, senza criterj direttivi, senza guarentigie di pubblicità; veri agguati notturni, da cui le popolazioni uscivano impoverite e i governanti arricchiti. Il ministro della guerra, Pietro Teulié, avvocato milanese, datosi per inclinazione alle armi e divenuto uno dei generali più valenti dell'esercito napoleonico, aveva dovuto dimettersi per la sua resistenza agli avidi appaltatori militari, che il capo del governo, per solidarietà d'affari, turpemente proteggeva.