L'organismo politico e amministrativo della prima epoca era stato deliberato e applicato negli otto giorni in cui Bonaparte rimase a Milano, dopo Marengo.

Egli era stato accolto in Milano coll'eguale entusiasmo, ma non si presentava più colle stesse forme e cogli stessi caratteri. In quell'esistenza straordinaria, destinata ad un'attività di corpo e di spirito che ci sembra ancora un enigma, tre anni dovevano bastare a meravigliose trasformazioni. Infatti, non era più il generale Bonaparte; era il Primo Console; un'altra fisonomia, fisica e morale; un altro indirizzo; una volontà egualmente energica, ma diretta a scopi diversi; un'intelligenza egualmente intuitiva, ma fatta più matura da più larghe esperienze; un uomo insomma che era passato dalle ipotesi dell'ambizione alle sue più sterminate realtà; che aveva divorato gli ultimi brani di una rapida giovinezza e che si presentava a trent'anni sulla scena del mondo con tre titoli nuovi aggiunti alla Campagna d'Italia: l'Egitto, il 18 brumale e Marengo.

Si vede subito che un altro sistema politico si elaborava nella mente del vincitore. Le sue parole ai magistrati cittadini, ai parroci, suonavano la più recisa condanna delle antiche demagogie del triennio. “Qu'on respecte les prêtres„ scriveva al Talleyrand “c'est le seul moyen de vivre en paix avec les paysans italiens.„ Affermava, con intera saviezza di programma politico, doversi riorganizzare come libera e indipendente la Repubblica Cisalpina, doversi rispettare l'esercizio della religione cattolica e punire ogni specie di oltraggio contro i suoi ministri e i suoi riti, doversi rispettare le proprietà di tutti senza eccezione, essere vietato usare denominazioni proprie a risuscitare divisioni ed ire di parte. Un proclama comparso in quei giorni sul Moniteur diceva: “Peuple cisalpin, dès que votre territoire sera délivré de l'ennemi, la république sera réorganisée sur les bases fixes de la réligion, de l'égalité et du bon ordre.„ Dell'antica trilogia repubblicana non era già più rimasta che l'eguaglianza. La religione e il buon ordine erano parole nuove, sorte dopo il 18 brumale.

I nomi erano per Bonaparte guarentigia delle cose; e nella Consulta legislativa, a cui spettava l'incarico di redigere le prime leggi di urgenza e di preparare la Costituzione definitiva della Repubblica, pose il Marliani, il Testi, il Luosi, il Serbelloni, il Moscati, il Caprara, il Mascheroni, il Lamberti, il Cicognara, tutte le notabilità di scienza, di nascita e di carattere che la politica del triennio aveva potuto offendere o disgustare. Fece riaprire l'Università di Pavia, chiusa durante i furori del precedente periodo e vi chiamò o vi richiamò alle cattedre i nomi più splendidi dell'intelligenza contemporanea, Gregorio Fontana, Lorenzo Mascheroni, Alessandro Volta, Antonio Scarpa, Vincenzo Monti, Tommaso Nani.

Altri provvedimenti prese sulle materie militari e di finanza; buoni, come al solito, i primi; duri, come al solito, i secondi; ma in quei giorni non ci si badava; la gioja d'essere o di credersi per sempre liberati da Russi e da Giacobini rendeva indulgenti sulle questioni di tasse. Il prestigio di Bonaparte era ancora maggiore che durante il triennio, perchè il genio era eguale, il potere cresciuto e la sua politica offendeva minori interessi. Quel rispetto per la religione conciliava alla repubblica patrizi e popolani senza riserva. Gli entusiasmi non cessavano, e crescevano le adesioni pensate. Un incidente, in apparenza spregevole, rivela questa mutazione in certe classi sociali. Nel 1796, un tenore dalla voce bianca, l'idolo della gioventù aristocratica, Marchesi, aveva osato rifiutarsi al generale Bonaparte che mostrava desiderio di udirlo[1]; nel 1800 si offerse egli stesso di cantare, e il Primo Console obliò generosamente l'antico rifiuto. Anche la Grassini, celebre prima donna del tempo, cantò in un concerto alla Scala così meravigliosamente, che Bonaparte volle riudirla in palazzo. Pur troppo, se il generale s'era modificato, l'uomo non era rimasto tal quale. La situazione psicologica subiva anch'essa un processo di rivolgimento. Giuseppina Bonaparte ebbe torto in quell'ora di essere a Parigi e non qui.

Però il Primo Console aveva fretta. Non poteva più abbandonarsi agli ozj eleganti di Mombello o allo studio paziente degli affari d'Italia. L'Europa cominciava a cadergli sulle braccia, ed all'Europa non poteva pensare che da Parigi. Partì il 25 giugno, lasciando a Milano organismi pubblici appena abbozzati, una Consulta legislativa piena di zelo ma soverchiata dall'incerta e larga responsabilità, una Commissione esecutiva troppo numerosa e poco omogenea, il generale Petiet come Ministro straordinario e quasi tutore della rinata Repubblica; uomo debole, incerto della propria azione, poco persuaso della sua autorità, e che perciò non sapeva usarla nè contro le corruzioni dei politici indigeni, nè contro gli abusi e gli arbitrj dei comandanti militari francesi, Brune, Massena, Murat.

Queste cause di male cominciarono subito a svolgersi con pessimi effetti, ed agli otto giorni di ordine e di lavoro che il Primo Console aveva così bene inaugurati seguirono venti mesi d'un governo fiacco, oscillante, senza prestigio e senza base; governo che se non potè dirsi affatto tristo, fu solo perchè due altri, di tanto peggiori, lo avevano preceduto.

La Consulta legislativa diede bensì notevoli esempj di attività intelligente e feconda. Rimise in pieno vigore le leggi emanate durante il triennio, eccettuate però le leggi deplorabili di finanza e di culto. Revocò gli ordinamenti politici e i sequestri illegali ordinati durante i tredici mesi; mantenendo però i giudicati già eseguiti, le successioni già verificate, i pagamenti e i contratti fatti secondo le leggi pubblicate nel periodo intermedio. Era un sistema savio e liberale, soprattutto per tempi, in cui il cassare con un tratto di penna tutto un insieme di ordinamenti e di diritti acquisiti pareva l'inevitabile concetto legislativo sorgente da ogni mutamento di governo, da ogni predominar di fazione.

I diritti civili furono poi subito argomento importante di studio per la Consulta. E dopo un solo anno si potè a buon conto pubblicare il Regolamento Giudiziario, unificazione salutare e progresso insperato sugli antichi sistemi, prevalenti nelle varie provincie del nuovo Stato, e anteriori per la massima parte alle stesse riforme prodotte dai libri del Filangieri e del Beccaria. Si pubblicò un'amnistia generale pei delitti politici, poi la legge 23 fiorile, anno 9.º sull'ordinamento amministrativo e territoriale della Repubblica. I provvedimenti militari furono spinti colla massima alacrità. Legge sulla guardia nazionale, legge sulla gendarmeria nazionale, legge sull'ampliamento della scuola militare di Modena; e finalmente la legge 8 brumale sulla coscrizione militare, novità ardita e non subito apprezzata dalle moltitudini, avvezze fino allora a vedere nella milizia o lo stromento di una tirannia straniera o il triste rifugio degli infingardi e dei mercenarj.

Ma a questo primo ripiglio dell'iniziativa italiana nell'opera riformatrice, non corrispondeva, anzi contrastava acremente l'azione del potere esecutivo.