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I membri del Consiglio Mondiale sedevano gravi e solenni, mentre lui camminava verso di loro. Erano dodici, e tutti avevano occhi penetranti, capelli grigi o bianchi, e facce segnate dal tempo e dalle esperienze. In silenzio, con le labbra tese e le bocche serrate, lo guardarono avanzare, mentre il folto tappeto frusciava sotto i suoi piedi.
Il silenzio dell’attesa, gli sguardi intenti, il frusciare del tappeto e l’atmosfera pesante di ansietà inespressa, dimostravano che quello era un momento grave, di quelli che vanno ben oltre lo scorrere delle lancette.
Raggiunto il grande tavolo a ferro di cavallo dove sedevano i membri del Consiglio, lui si fermò a guardarli a uno a uno, cominciando dall’uomo sciatto che sedeva all’estremità sinistra, per passare, con deliberata lentezza, fino a quello grasso che occupava l’ultimo posto a destra.
Il suo sguardo penetrante aumentò il loro nervosismo. Alcuni si mossero a disagio come chi sente la propria sicurezza svanire lentamente. E ognuno dimostrò sollievo quando l’occhiata intensa passava su chi gli stava accanto.
Alla fine, la sua attenzione tornò all’uomo dalla criniera leonina, Oswald Heraty, che sedeva al centro del tavolo. Mentre fissava Heraty, le sue pupille brillarono, e le iridi si punteggiarono d’argento. Parlò lentamente, con tono misurato.
— Capitano David Raven, ai vostri ordini, signore — disse. Appoggiandosi allo schienale della poltrona, Heraty si lasciò sfuggire un sospiro e fissò l’attenzione sull’immenso lampadario di cristallo che pendeva dal soffitto. Era difficile dire se stava riordinando le proprie idee, se cercava accuratamente di evitare lo sguardo dell’altro, o se reputava necessario fare questa seconda cosa per riuscire nella prima. Gli altri membri del Consiglio tenevano ora la testa girata verso Heraty, un po’ per prestare piena attenzione a quello che avrebbe detto, un po’ perché fissare Heraty era un buon pretesto per non guardare Raven. Tutti avevano seguito con lo sguardo l’ingresso di quest’ultimo, però nessuno voleva esaminarlo approfonditamente, nessuno voleva essere esaminato da lui.
Sempre fissando il lampadario, Heraty parlò con il tono della persona che ha sulle spalle una pesante responsabilità alla quale non può sottrarsi.
— Siamo in guerra.
Tutti rimasero in silenziosa attesa.