— Niente — disse Raven. Poi indicò il telefono alla parete. — Volete che vi chiami un aerotaxi?

— No. Preferiscono andare a piedi. Tra l’altro, non mi fido di voi.

Si alzò lentamente e si portò ancora una volta la mano sul petto. Non era convinto… avevano accettato la sua resa con troppa disinvoltura, e adesso lo lasciavano andare come se niente fosse. Aveva la sensazione, quasi la certezza, che gli avrebbero teso una trappola chissà dove. Sarebbe scattata in fondo alla strada, lontano dalla loro casa? Gli sarebbe venuto un secondo collasso cardiaco?

— Ci fidiamo di voi perché possiamo leggervi nella mente — disse Raven. — È un peccato che non possiate sapere, senza ombra di dubbio, che stiamo dicendo la verità. Non vi toccheremo… sempre che manteniate la vostra promessa.

Thorstern raggiunse la porta e si voltò a guardarli un’ultima volta, sempre pallido; sembrava leggermente invecchiato, ma aveva ritrovato una certa dignità.

— Ho promesso di far cessare gli atti ostili contro la Terra — disse, — e manterrò la promessa alla lettera. Questo, è nient’altro!

Uscì nella notte e chiuse accuratamente la porta: era un tocco di assurdità alla sua uscita dalla scena. Sarebbe stato più logico lasciare la porta aperta, o chiuderla con tanta violenza da far tremare la casa. Ma cinquant’anni prima una donna acida gli aveva ingiunto mille volte di non sbattere le porte, e quelle parole, inconsciamente, risuonavano ancora nelle sue orecchie.

Avanzò il più rapidamente possibile, rasentando i muri delle case. La visibilità scarsissima gli dava la sensazione di essere cieco.

Si fermò due o tre volte ad ascoltare nella nebbia, poi riprese il cammino. A quell’ora di notte, oltre i soliti notturni perennemente irrequieti avrebbe dovuto incontrare le pattuglie di polizia. Dopo aver percorso una distanza che non poteva calcolare, sentì dei rumori alla sua sinistra.

Si portò le mani alla bocca. — C’è qualcuno? — gridò.