Ne uscì Steen. Si passava una mano sul mento e sorrideva soddisfatto. Era solo. — Ha cercato di fare il furbo — annunciò rivolgendosi a Grayson e senza minimamente badare a Leina. — Avevo la sensazione che avrebbe tentato qualcosa. Risultato: è più rigido di una pietra sepolcrale. Dovremo trasportarlo su un’asse.

— Bene! — esclamò Grayson tranquillizzato, mentre l’altro si avvicinava. Abbassò la pistola e si girò verso Leina.

— Cosa vi avevo detto? È stato stupido tentare a distanza ravvicinata. Certa gente non imparerà mai.

— Sì — ammise Steen facendosi più vicino. — È stato uno stupido. — Si fermò di fronte a Grayson e lo fissò negli occhi. — Troppo da vicino per avere possibilità di scampo.

I suoi occhi si erano fatti luminosi e grandissimi. Le dita di Grayson si irrigidirono e la pistola cadde sul tappeto. L’uomo aprì e richiuse la bocca, e le parole uscirono con difficoltà.

— Steen… cosa diavolo… stai… facendo?

Gli occhi di Steen divennero enormi, mostruosi, irresistibili. Il loro bagliore parve riempire il cosmo e bruciare il cervello della persona che li stava fissando. Una voce profonda, tuonante, venne con il bagliore. Giunse da una immensa distanza, e si avvicinò a una immensa velocità, fino a diventare un rombo pauroso.

— Raven non c’è.

— Raven non c’è — balbettò Grayson, meccanicamente. Il suo cervello era stato vinto.

— Non l’abbiamo visto. Siamo arrivati troppo tardi.