— Quello che può essere fatto da uno può essere fatto anche dall’altro. Questo è il legame che esiste tra noi. — La donna lo osservò mentre lui si sedeva e si tastava quella faccia che non gli era familiare. — C’è una legge valida e basilare quanto quella della sopravvivenza fisica — disse ancora lei. — Dice: Io sono Io, e non posso essere Non-Io.
L’uomo rimase in silenzio, ma continuò a passarsi le mani sulla faccia. La donna riprese a parlare.
— Così, continuerete a desiderare quello che vi appartiene di diritto. Continuerete a desiderarlo, come desidera la vita chi si trova in imminente pericolo di morte. Lo desidererete per sempre, disperatamente, rabbiosamente. E non avrete mai pace ne tranquillità. Non potrete mai conoscere la completezza a meno che…
— A meno che? — chiese lui togliendo le mani dalla faccia e alzando gli occhi.
— A meno che non facciate quello che vi diremo. Allora quello che è stato fatto potrà essere disfatto.
— Cosa volete da me? — Si era alzato, e negli occhi aveva una luce di speranza.
— Obbedienza assoluta.
— L’avrete — promise lui con fervore.
Lei si sentì sollevata. In pochi minuti aveva risolto il problema del vestito di Ravel e del proprietario-che-non-ne-era-proprietario.
Il comandante della squadra in attesa era un individuo magro, alto circa uno e ottanta. Si chiamava Haller, era nato su Marte ed era un mutante di Tipo Tre, un pirotico. Appoggiato alla coda dello scafo giocherellava con un bottone d’argento della falsa divisa da poliziotto. Mostrò un certo disappunto quando vide comparire Steen e Grayson, soli.