— Un asteroide fertile tutto per me.
— Quando ne avremo occupati un centinaio, ve ne farò riservare uno — promise Carson senza sorridere. — Ma se andiamo avanti di questo passo, riusciremo a occuparli soltanto qualche centinaio di anni dopo la vostra morte. — Mosse una mano per raggiungere un invisibile pulsante, e lo schermo si spense.
Per qualche istante Raven rimase a fissare lo schermo con espressione leggermente divertita. Un centinaio d’anni dopo la sua morte, aveva detto Carson. Era una data completamente priva di senso. Un punto nel tempo che non esisteva. C’erano persone di cui l’angelo delle tenebre non poteva impadronirsi. C’erano persone che nessuna mano umana avrebbe mai potuto distruggere.
— Nessuna mano umana, David — lo interruppe il pensiero di Leina dalla casa. — Ricordalo! Ricordalo sempre!
— È impossibile dimenticarlo — rispose il pensiero di Raven.
— Forse no… Comunque cerca di non dimenticarlo neppure per un istante.
— Perché? Siamo in due, no? Uno ricorda, e l’altro si occupa delle cose da fare.
Lei non rispose. Non c’era una risposta da dare. Divideva con lui quella reciproca funzione, e aveva accettato spontaneamente che fosse così. Questo doveva ricordarlo sempre, ma non doveva parlarne.
Leina non temeva né uomo né mostro, né luce né tenebre, né vita né morte. Tutte le sue ansietà provenivano da una sola fonte: aveva paura della solitudine. La terribile, pungente solitudine di chi ha un intero mondo per sé.
Sceso dal piccolo apparecchio, Raven fece qualche passo per sgranchirsi le gambe e si tolse Leina dalla mente. Uno non tenta di consolare con la comprensione una intelligenza superiore pari alla propria.