— Che cosa succede? — chiese Ardern guardandolo fisso.

— Cercano di mettermi in gabbia per cinque o sette anni.

— Perché?

— Minaccia di omicidio.

— Possono farlo, se veramente ne hanno l’intenzione — disse Ardern. Dalla sua espressione trapelava l’intenso sforzo mentale. Poi i suoi piedi si staccarono da terra, e lui si sollevò lentamente verso la presa d’aria che si apriva nel soffitto. — Me ne vado finché sono ancora in tempo. Io non vi conosco. Mi siete completamente sconosciuto. — E scomparve nel condotto.

Kayder uscì. Si fermò a una certa distanza dalla sua casa per osservare l’edificio, e scoprì che era già piantonato. Camminò per strade e vicoli fino alle due del mattino, pensando alle potenti scatole che si trovavano nello studio della sua casa. Senza di esse si sentiva una comune pedina. Come poteva entrare in casa senza farsi vedere? Da quale distanza, dietro l’anello di guardie, poteva lanciare il sibilo che solo gli insetti potevano sentire?

Stava scivolando silenziosamente nella parte più buia di una piazza, quando quattro uomini uscirono da un portone e gli sbarrarono il passo.

Uno di loro, un telepatico, parlò con sicurezza assoluta. — Voi siete Arthur Kayder. Vi stavamo cercando.

Era inutile negare a chi poteva leggere nella sua mente. Li seguì docilmente, sempre pensando alle sue preziose scatole, sempre convinto che gli insetti erano la migliore delle armi.

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