Che Stefano Maconi scrivesse parte di questo libro, dettante Caterina, lo dice egli stesso nel processo della canonizzazione, parlando delle estasi di lei:

Qualiter ita fieri possit, scribitur in libro, quem ipsa virgo sacra composuit; quem ego pro parte scripsi, dum ore virgineo dictabat illum mirabili modo[8].

E il Maconi lo tradusse anche in latino, come rilevasi da alcune parole scritte di sua mano dietro ad un codice, che appartenne giá alla certosa di Pavia[9] e che era stato dato a lui da fra Tommaso Caffarini[10], in cambio del quale il Maconi gli donò la sua versione latina:

Iste liber pertinet ad domum Sancte Marie de Gratia prope Papiam, ordinis carthusiensis, quem ego frater Stephanus monachus habui a venerabili patre frate Thoma Antonii de Senis, qui nunc est prior Sancti Dominici de Venetiis; loco cuius exhibui prefato fratri Thomae dialogum quem sancta mater Catharina composuit, licet in vulgari, sed ego latinizavi[11].

Lo voltò in latino anche il beato Raimondo, e vi accenna egli stesso nel prologo primo della sua Leggenda[12]:

Altissimo è certamente lo stile di questo libro, sí che a mala pena trovasi una maniera di parlar latino che possa corrispondere all’altezza di quello stile, com’io stesso ne faccio esperimento, ora che m’affatico a trasportarlo in quell’idioma.

Si ha conferma di questa sua versione nel codice latino CCLXXII del monastero di Subiaco, e nella stampa latina fatta in Brescia nel 1496 dal De Misintis, che dicesi essere appunto la versione del beato Raimondo.

Il titolo di questo libro non rimase sempre lo stesso; ma, come abbiam veduto dalle parole del Maconi, fin da quel tempo cominciava, a cagione della sua forma, ad esser chiamato Dialogo. In séguito poi il titolo variò in piú modi: Libro o Dialogo o Trattato della divina providenza; Libro della divina rivelazione; Rivelazioni; Libro o Dialogo della divina dottrina, ecc., ma piú spesso: Dialogo della divina providenza.

E crebbe tanto la fama di Caterina, e cosí grande era la reverenza alla sua alta mente e alle sue sublimi virtú, che del Libro furon fatte molte copie manoscritte.