Con l’introduzione della stampa in Italia cominciarono le edizioni del Libro prima ancora che cessasse l’uso di farne copie manoscritte, delle quali si trovano alcune di data posteriore a quella che è ritenuta edizione principe, 1472. Da quest’anno fino al 1496 il Libro fu ristampato altre sette volte; undici nel secolo XVI, e nove nei tre secoli successivi. Ma, pur avendo certezza che non vi sono altri incunaboli oltre quelli appresso notati, non si può essere egualmente sicuri che non sia sfuggita qualcuna delle edizioni posteriori, per quanta diligenza siasi posta nelle ricerche.

Veramente, e le copie manoscritte e anche piú le antiche stampe non riprodussero fedelmente il Libro; ma nelle une e nelle altre si riscontrano alterazioni di vocaboli e di modi di dire, anche a seconda degli usi dialettali del luogo e del tempo in cui furono scritte o stampate. Furon di quelli i quali, oltre alla continua intromissione di «onde», «adunque», «sicché», ecc. sostituirono costantemente il verbo «congiungere» al verbo «unire» usato dalla santa; e dove ella chiama Dio «Veritá eterna», essi hanno qualche volta «Virtude eterna»: altri giunse perfino a fare del «glorioso Paolo mio banditore» il «glorioso Paolo mio trombetta»!

La piú nota edizione del Libro è quella pubblicata a cura di Girolamo Gigli; il quale dal 1707 in poi pubblicò in quattro volumi le opere della vergine senese. Nel primo è la Leggenda di santa Caterina del beato Raimondo da Capua nel volgarizzamento del canonico Bernardino Pecci; nel secondo e terzo le Lettere; nel quarto, oltre al Libro sono: il Trattato della consumata perfezione[13], ventisette orazioni della santa, la relazione di una dottrina spirituale di santa Caterina (scritta[14] da un frate inglese, Guglielmo Flete, degli eremitani di Sant’Agostino in Lecceto, discepolo di lei), e alcuni brani del discorso che la santa fece ai suoi discepoli pochi momenti prima di morire.

L’edizione del Gigli è importante specialmente per le copiose notizie ch’egli raccolse intorno a Caterina ed alle persone del suo tempo che ebbero relazione con lei; in guisa che tutti coloro i quali posteriormente ne scrissero, attinsero da lui. Inoltre questa edizione ha il pregio di essere stata fatta sopra uno dei migliori e piú antichi codici, che il Gigli suppone essere di mano di Stefano Maconi, perché in fine del Libro vi si leggono le parole: «Prega per lo tuo inutile fratello», le quali il Maconi soleva porre a piè delle lettere dettategli da Caterina.

E il Gigli non solo scelse con avvedutezza il testo della sua edizione, ma fece anche diligenti confronti con altri antichi mss., sí da non meritare la taccia, che gli è stata fatta recentemente[15], di non aver riprodotto quel codice. Egli adottò, è vero, alcune varianti; ma, per la maggior parte, le tolse dal codice laurenziano gaddiano, e qualcuna di esse trova riscontro negli incunaboli. Ebbe soltanto il torto di non renderne conto, ma gli è di scusa l’usanza del suo tempo.

Un’omissione inesplicabile si riscontra però nella sua edizione. Il capitolo LXXXIII è mutilo piú che della metá, e l’LXXXIV manca, in principio, di un lungo brano, sí che non collegano tra di loro; e quindi fu messa al capitolo LXXXIV una rubrica diversa da quella che leggesi nei manoscritti.

Ma ciò che rende l’edizione del Gigli d’impossibile lettura, sono le troppe e mal disposte virgole, le quali fanno continuo intoppo, senza riuscire a distrigare i lunghi periodi; i quali appariscono anche piú interminabili a causa della soverchia distanza fra un capoverso e l’altro, per la quale a chi legge non si concede riposo.

Era dunque necessaria una nuova edizione, non solo perché quella del Gigli naturalmente non si trova se non nelle pubbliche biblioteche, ma anche per dare il Libro nella sua vera lezione e con punteggiatura che ne agevolasse la comprensione. A conseguire siffatto intento, esso non poteva venir meglio allogato che in questa collezione degli Scrittori d’Italia.

Questa nuova edizione, dunque, è stata fedelmente condotta sullo stesso codice di cui si serví Girolamo Gigli, e che trovasi nella Comunale di Siena con la segnatura T. II. 9. E con vera soddisfazione posso dire che l’autorevole parere del Gigli, che mi fu prima guida nella scelta, è stato confermato dalle osservazioni che ho fatte io stessa, confrontando questo ms. con altri. È vero che non ho potuto avere a mia disposizione tutti i codici del Libro; ma, avendone tenuti sott’occhio quattro laurenziani, tre riccardiani, due della Nazionale di Firenze e uno della biblioteca Landau, non che la versione latina del Maconi, ho potuto raccogliere elementi sufficienti per un retto giudizio. Ho notato, dunque, che questo codice T. II. 9, solo fra gli altri sopra nominati, serba intatte tutte le ingenuitá delle espressioni, certe incongruenze nei periodi, i pleonasmi e gli idiotismi delle voci e specialmente dei modi che sono propri del parlare dei popolani. Perché Caterina, com’è noto, era di nascita popolana, e, con tutto il suo straordinario ingegno, sapeva appena leggere e meno ancora scrivere; sí che le mirabili sue lettere, che il Tommaseo chiamò «monumento di sapienza» furono da lei dettate ai suoi discepoli[16]. E questo libro, poi, fu dettato nelle sue estasi, sí da non poter dar luogo a pentimenti né a correzioni. Cosí, mentr’ella serba nei suoi lunghi periodi un nesso continuo di pensiero, nonostante le digressioni e gl’incisi che a volte s’incalzano e si succedono senza respiro; pure, finiti questi, quand’ella ritorna all’interrotto pensiero e lo vuol compire, la memoria, non aiutata dai «fedeli occhi» (perché ella dètta, non scrive) le fallisce, e allora per una parola o anche per una particella, raramente per una frase, che non colleghi con la sospesa proposizione, il costrutto rimane sconnesso. Ora, queste sconnessioni, queste piccole mende, che negli altri mss. si trovano per la maggior parte corrette, costituiscono per l’appunto il pregio del codice senese. Parrebbe quasi che la riverenza a Caterina abbia vietato all’amanuense di apportare al dettato di lei la menoma alterazione, anche quando per chiarezza e correttezza gli sarebbe potuto sembrar necessario. E questa può ritenersi una prova che il nostro codice sia stato scritto di mano dei suoi discepoli[17]. E dico «dei suoi discepoli», perché è evidente che la scrittura non è tutta di una sola mano, come risulta dalle osservazioni notate piú oltre nella descrizione del codice. Può darsi che la seconda parte, quella ove cápitano le parole scritte in fine del Libro: «Prega per lo tuo inutile fratello», sia appunto di mano del Maconi, anche perché, graficamente, è piú corretta.

Che poi questo codice sia piú antico degli altri, come afferma anche il Gigli (senza però darne le ragioni), credo possa dedursi dall’essere il solo (certamente il solo tra gli undici codici da me esaminati) che non ha avuto originariamente la partizione in trattati e in capitoli, la quale è stata fatta, in tempo posteriore, al margine, con le rubriche in rosso, di scrittura diversa da quella del testo; né vi è la tavola dei capitoli, che trovasi, invece, in tutti gli altri.