Voi ricorderete, Signori del Tribunale, quella che è la leggenda di Rinaldo, che narra nel suo latino medioevale che un legnaiuolo era sorpreso da un rumore e si svegliava e vedeva una donna fuggire ignuda e un cavaliere a cavallo seguirla con la spada sguainata, raggiungerla, trafiggerla, gettarla in un rogo, e poi così ischeletrita metterla in groppa al suo nero cavallo, portandola seco in furia di vittoria con dolore e trionfo. Al legnaiuolo turbato da questa strana visione, il conte di Novac che lo amava e pel quale lavorava, gli chiese se qualcuno gli facesse ingiustizia. No, rispose il legnaiuolo; no, mio sire, alcuno non mi fa ingiustizia, ma la notte sono tormentato da una spaventosa apparizione che non so se sia visione o realtà. E allora il conte veglia col legnaiuolo: torna il cavaliere, torna la dama, e allora il conte gli domanda: «Cavaliere, t'ho conosciuto; tu fosti alla mia corte. Perchè strazi quella donna?». «Perchè costei era moglie di un altro uomo e fu invece la mia amante, perchè così ci castiga il buon Dio di lassù, ed io che l'ho tanto amata in vita debbo darle strazio in morte e ogni notte la uccido e ogni notte la riabbraccio e ogni notte la detesto, e ogni notte l'amo di nuovo».

Questa novella è riportata dal Passavanti per dire che il diavolo talvolta assume la forma di animale. Questa novella è riportata per dire che il purgatorio si sconta talvolta sulla terra. Questa novella è ricordata dal Boccaccio, questa novella è in fondo a tutte le visioni, a tutti i tormenti, è in fondo alla Francesca da Rimini di Gabriele d'Annunzio, nell'ultimo atto dove la donna incestuosa, adultera ha avuto il sogno non del cavaliere ma dei cani latranti, è al fondo del Trionfo della Morte dove l'amante deve uccidere; è al fondo del Piacere di Gabriele d'Annunzio dove tutto ciò che ci può essere di osceno è detto, ma per portare alla espiazione; è al fondo del Fuoco di Gabriele d'Annunzio dove una divina attrice è denudata per la vanità di un grande poeta, ma in fondo v'è un senso ancora di tragedia e di espiazione; è in fondo al Forse che sì forse che no e di tutti i romanzi. È nei romanzi di Emilio Zola, nella Voluttà e in Nanà; è nei romanzi di Flaubert; è in quella Madame Bovary che ha trovato in Francia un imbecille che voleva condannarla, ma ha trovato una posterità che ha detto che quei magistrati nulla comprendevano. È in fondo a dei versi lussuriosi, e qualche volta a dei versi che volevano essere casti e c'è anche in Antonio Fogazzaro per il quale poco fa ho avuto parole che potevano sembrare poco rispettose.

Ma noi sentiamo il desiderio della dominazione, dell'arte, della politica; vorremmo avere una vita multinoma, correre per le strade, non essere fermati dalle femmine negli angiporti, non dover salire certe scale, non sentir morire la nostra vita sotto delle bocche sapienti, e ci ribelliamo, e ci ritorniamo.

Mafarka è strano, ed è per questo che queste immagini si alternano: immagini di vittoria e di amore, di desiderio di castità e di bisogno di lussuria, di dedizione e di ribellione: questa dialettica che rende tragico questo poema, questo lirico poema, questa dialettica per cui si comprende che l'animo del Marinetti era in esaltazione di ispirazione quando scriveva.

Leggete le ultime settanta pagine, quando si incendia il bosco per opera dell'eroe Mafarka, quando egli sradica trecento piante fortissime dalla foresta per darle alle fiamme. Non sembra più nemmeno un eroe, sembra quasi Orlando innamorato che è diventato Orlando pazzo; ha la forza di una iperbole, ha la forza di un'ubbriachezza; in fondo è un delirio, è un simbolo. L'arsione delle piante è una sfida al vento. È la gioia dell'uragano che balza verde e livido fra gli scogli della notte, la gioia di questo Gazurmah, l'aeroplano che è uomo, l'eroe che è un simbolo, il figlio che è nato dalla monogenesi. Oh! il gran sogno di fendere l'azzurro, di correre sopra gli uomini, di dimenticare le basse contese, le contumelie, le invidie, i rancori, di affermare la dignità della razza, la bellezza dell'umanità, di scorgere le stelle da vicino, di insultare perfino il sole perchè è troppo vecchio e troppo freddo! È un'esaltazione di vita, è un divino delirio. Non fate come il cardinale che all'Ariosto diceva: «Dove le ha prese tutte queste corbellerie?», non fate come il magistrato accusatore di Flaubert che ha detto: «Dove ha preso queste immoralità?» Fate come il cittadino italiano, il cittadino coraggioso sotto la toga, coraggioso se avvocato, coraggioso se letterato, coraggioso se magistrato, che non sente soffiare d'intorno il vento della moda passeggera: oggi siamo più morali, ieri meno morali, oggi vogliamo il carcere, ieri non lo volevamo, ieri applaudivamo alla Mandragora, oggi uccideremmo il Macchiavelli. Ma facciamo di questo un unico diritto e un'unica equità! E salutiamo questo giovane poeta e diciamogli: «Forse al tuo animo manca una nota: la pietà definitiva; forse alla tua virtù di futurista manca una sola visione, la pace del futuro: tu sei probabilmente esaltato, fanatico, tu sei il sublime ossesso della tua nuova religione. Ma non si condanna un sacerdote davanti all'altare, non si condanna il poeta davanti al suo poema, non si assassina il gentiluomo che dona il suo grande ingegno, la sua giovinezza e il suo denaro per la gloria della letteratura italiana.» ( Bene! Bene! Lunghissima ovazione. Il poeta Marinetti si alza e abbraccia l'oratore ).

Arringa dell'On. Salvatore Barzilai

Signori del Tribunale!

Quando stamane il mio amico Innocenzo Cappa vi disse nell'esordio del suo meraviglioso discorso che egli non era un avvocato, il pubblico ha ammirato la sua modestia; quando io esordendo dico oggi che non sono un letterato, il pubblico non ha che da constatare la mia sincerità. Egli è letterato, è giurista e certo egli ha saputo sposare nel suo discorso le ragioni dell'arte alle ragioni del diritto, così da esporvi la causa per tal modo, signori giudici, che se non fosse l'obbligo—in questo caso obbligo gradito—dell'ufficio, avremmo potuto noi rinunziare alla parola.

Ma i letterati sono anche ingenui qualche volta, e il mio amico Innocenzo Cappa forse non previde tutte le eccezioni che alle sue riesumazioni e ai suoi confronti potrebbe opporre e opporrà nella sua coscienza e nella sua mente sagace il Pubblico Ministero. Il Pubblico Ministero può opporre eccezioni di prescrizione, eccezioni di giurisdizione, eccezioni di incompetenza. Tu hai alluso ai tempi antichi, ai tempi di Babilonia, quando le prostitute erano adorate nei templi, o a quell'Oriente ove il Fallo si portava in processione. Tempi andati, tempi antichi, altri costumi, altre mentalità, altre coscienze. Tu hai citato gli spettacoli teatrali: tu sei critico d'arte, io lo fui venticinque anni or sono, e ho conservato anch'io l'abitudine di andare a teatro.

Sono stato anch'io in questi giorni all'Olimpia e so perfettamente che oltre ai lavori che tu hai raccontati ve ne furono rappresentati in questa settimana degli altri, come per esempio lo Chopin, ove sono illustrati i rapporti che corrono fra certe melodie e… la virilità. E io sono stato anche ieri sera, per esempio, al Trianon, e al Trianon—mi ricorderò sempre, signori del Tribunale, di parlare a porte aperte—c'era una signora la quale era vestita, diremo così, con un tal costume che rappresentava combinate la toilette di una gran dama in una serata di gala con quella di una ballerina nelle serate ordinarie… Orbene: in quelle condizioni di abbigliamento quella signora si contorceva spasmodicamente in una danza che si diceva essere una danza giavanese (costumi d'altri tempi e di altri paesi) e il pubblico non rideva come voi ridevate alla lettura dei brani incriminati del romanzo di F. T. Marinetti, ma guardava intento e pensoso. E quel pubblico in cui era non soltanto gente della borghesia di Milano, ma anche gente che all'abbigliamento pareva venuta dai dintorni forse per questi giorni di corse, si beava alla vista di questo spettacolo. ( Bene! Applausi ).