Ma, egregio amico Cappa, il Pubblico Ministero ci può rispondere: i teatri e i café chantants non sono sotto la mia giurisdizione, ma sotto quella del prefetto (art. 40 della legge di P. S.) e io non c'entro. Non c'è quindi contraddizione. Il prefetto non ha creduto di proibire e forse il prefetto si è ricordato che quando l'art. 40 fu discusso alla Camera, insorsero uomini che non appartenevano alle falangi estreme a dire: sono arcaismi, residui dei tempi passati, il miglior giudice dello spettacolo sarà il pubblico, sarà il padre di famiglia se ha delle tenere giovanette da preservare dai pericolosi contatti. Ma l'amico Cappa ha portato dei ricordi storici anche: ha parlato di monumenti, della basilica di S. Marco, ha anche pensato forse al David di Michelangelo, perchè verte in questo momento una questione, se debbasi elevare un paravento botanico per chiudere agli occhi del pubblico le sue nudità. Ma il Pubblico Ministero anche a questo riguardo vi dice: io non ci posso far niente: la competenza è del ministero della Pubblica Istruzione. E continuando Cappa ha portato dei libri che non furono nè stampati nè pubblicati a Milano; ma cosa c'entra il procuratore generale presso la Corte d'Appello di Milano col modo nel quale interpreta la legge per esempio il suo collega della Corte d'Appello di Firenze? Ma anche a Milano, dice l'amico Cappa, si permettono certe cose più gravi di questa innocente che è stata processata. E invero io sono entrato in questi giorni qualche volta in taluni negozi librarî che veramente esercitano il loro ufficio sotto la giurisdizione della R. Procura di Milano e mettono in vendita libri che sono stampati a Milano. Per esempio, sono entrato in una libreria che sta vicino a via S. Margherita e che ha un insegna dove si dice: «Libreria scolastica educativa». L'insegna parla chiaro. E nella libreria scolastica educativa ho comperato « L'igiene dell'amore » di Paolo Mantegazza che fu rimesso in luce in questi giorni per la, non dirò prematura, ma sempre rimpianta morte del suo autore. Il Pubblico Ministero accenna di sì: « L'igiene dell'amore » di Mantegazza è un libro di studio, un libro destinato a mettere la gioventù in guardia contro i pericoli di certi eccessi. È verissimo, sì: leggiamo un po' se vi piace soltanto l'indice di questo libro, nel quale si spiegano quali siano i primi crepuscoli dell'amore della donna, quale sia la misura lecita e quella vietata della voluttà, quali gli afrodisiaci, dei quali però… non bisogna usare, naturalmente; e parla poi delle debolezze dell'amore, delle ipocrisie genitali, e si descrivono lucidamente tutti i pervertimenti dell'amore, tutti gli artifici della lascivia per concludere che tutto questo non va bene e non si deve fare. E si parla poi dei veleni dell'amore, e si parla dell'igiene coniugale e si fa una statistica della attitudine amatoria dei principali eroi dell'umanità, da Carlo V a Caterina di Russia, e si descrivono quanti erano gli amplessi e come questi amplessi si manifestavano. Dice bene il Pubblico Ministero: i diritti della scienza non possono essere violati. La scienza va alla conquista del vero, come noi diciamo, l'arte va alla conquista del bello, e non è possibile per un inconveniente di questa natura proibire i libri di questo genere. E allora io sono entrato in un'altra libreria, nella libreria Ulrico Hoepli, che pubblica e vende libri scolastici. Ho trovato che proprio ieri l'altro da Firenze è arrivata la splendida edizione della giornata terza del Decamerone, di Messer Giovanni Boccaccio. Ah, se si tratta onorevole rappresentante della legge, della storia dell'arte e della letteratura, se negli scaffali polverosi della biblioteca i libri di Messer Giovanni Boccaccio si possono gelosamente conservare, io domando: è lecito, è possibile che questi libri siano non solo ristampati, ma ornati di splendide illustrazioni che Messer Boccaccio non aveva messo nei suoi libri, nelle quali non solo si narra «come Masetto si fa mutolo e diviene ortolano nel monastero, le donne del quale concorrono tutte a giacere con lui», ma si mette il ritratto del monaco, il ritratto del marito, il ritratto dell'amante e delle converse. Tutta questa è sì storia antica, ma evidentemente rinfrescata e illuminata da un soffio di arte moderna.
E poichè l'amico Cappa mi ha precisamente richiamato a qualche cosa che può presentare un dilemma molto semplice proprio al procuratore del Re della Corte d'Appello di Milano e al procuratore generale del Re che in questi giorni hanno qui la tutela della pubblica moralità e del pubblico pudore, allora ho trovato in Galleria Vittorio Emanuele nella vetrina di un editore mio vecchio amico—vecchio assai più di me, ma di castigati costumi, editore delle pubblicazioni meglio destinate a rinforzare i presenti ordinamenti sociali e politici—nella libreria del mio amico Emilio Treves ho trovato la ventesima edizione del Forse che sì, forse che no di Gabriele d'Annunzio, pubblicata in questi giorni, non sequestrata dalla regia procura. Ora, mi sia consentito, signor presidente, signori del Tribunale, e sarà forse la sola lettura che io mi permetterò svilupparvi, perchè qui forse siamo in termini e qui bisogna risolvere se vi è una giustizia per F. T. Marinetti e una per Gabriele d'Annunzio, mi permetterò di leggervi un brano di questo libro. Io non ho bisogno di rifarvi la storia che è ormai forse nota a tutti. Si tratta come ha detto il mio amico, di una complicazione di quello che costituisce una delle note dell'arte del poeta abbruzzese: si tratta di un signore che è anche un aviatore e ama una donna, e la sorella di questa donna è innamorata di lui, e il fratello di questa sorella è innamorato di questa sorella. Orbene in questo libro si legge questa scena che io vi prego di tener presente quando dovrete giudicare.
Quando per l'ultima volta Paolo Tarsis si incontra con la donna ed ha scoperto che essa è incestuosamente innamorata di suo fratello, si scambiano queste dichiarazioni:—«Conoscimi, ella diceva, conoscimi prima che io mi separi da te, prima che tu mi lasci…» ecc.
Ah! io preferisco Dante Alighieri; preferisco Dante Alighieri non per ragioni di contenuto morale, ma per profonde ragioni di estetica. «Soli eravamo (tu lo hai rievocato oggi) e senza alcun sospetto»… «Quel giorno più non vi leggemmo innante».
Dante Alighieri non sente il bisogno della descrizione. Dante Alighieri pensa che le ragioni dell'arte non domandano la vivisezione dell'anima nè domandano la descrizione brutale dell'abbraccio. Dante Alighieri è forse meno morale di Gabriele d'Annunzio, idealizza l'adulterio incestuoso di Lanciotto e Francesca, ma non descrive: lascia che il lettore, lascia che colui che ha seguito quelle due terzine e visto e intuito da quelle terzine la piena dell'affetto che ha travolto in un istante quei due, lascia le delizie di quell'ora non descritte minutamente ma indovinate.
E se io fossi un letterato, me lo perdoni l'amico mio carissimo Marinetti, sarei preferibilmente della scuola di Dante Alighieri. Cioè se mi è permessa una dichiarazione a questo riguardo la quale deve mettere la mia coscienza artistica, se così mi è lecito chiamarla, da una parte e per modo che non sia confusa con la mia coscienza giuridica, io credo che le ragioni dell'arte domandino brevità di tocco, semplicità di note, domandino che qualche cosa sia lasciato da scoprire, da determinare all'anima di chi legge! E ciò nell'arte come nell'eloquenza del resto, perchè io penso questo, che quando si vuol dare della bestia all'avversario non si dice: «sei una bestia», perchè questo fa cattiva impressione in chi ascolta, questo fa credere che io che queste parole pronunzio, abbia ragioni personali contro di lui; ma bisogna narrare cose e fatti di quest'uomo per cui chi ascolta dica: «ma quello è una bestia!» Questa parola sintetica sulle labbra di chi ascolta è più efficace che non pronunziata da colui che descrive.
Ma se queste ragioni sono ragioni di arte e se è possibile dividersi in due scuole a questo riguardo, però il Marinetti ha diritto di dire: il mio libro non fu e non sarà mai galeotto ad alcuno. Il Marinetti ha diritto di affermare che il suo libro potrà partire da criterî d'arte mille volte discutibili, ma parte e procede da idee morali incensurabili: vi giunge per vie che non sono le vie comuni e conosciute, ma vi giunge senza avere intenzionalmente distrutto alcuno dei ripari che la moralità vera, la coscienza vera, la pudicizia vera hanno elevato come limite al campo dell'arte.
E allora quando questo io ho detto, che sarà come la premessa del mio rapido discorso, io ho bisogno di indagare, onorevoli signori del Tribunale, se nel caso che ci occupa, se nella pubblicazione sulla quale è richiamata la vostra attenzione, se nel romanzo Mafarka il futurista, si riscontrino quegli estremi verso i quali soltanto il legislatore si è mostrato giustamente severo e che soltanto costituiscono il reato di offesa al pudore.
Non sarà inutile io credo di intenderci subito sul valore della parola, di domandarci subito quale difesa contro quale pericolo ha inteso di levare il legislatore con gli art. 338 e 339 del codice penale.
Signori del Tribunale, assai volte nelle discussioni di questo genere si confonde il tentativo di corruzione—e lo ha confuso nella sua arringa il Pubblico Ministero—col reato di offesa al pudore.