È necessario anzitutto per farci strada e chiarire le idee, stabilire un punto di partenza nel quale tutti dovranno convenire. Il legislatore, nell'articolo oggi invocata non ha inteso di sancire disposizioni penali per la difesa dell'innocenza dei giovanetti, dei minorenni, come è stato detto anche dalla pubblica accusa, per una ragione molto semplice: perchè tra pudore e innocenza c'è una antinomia assoluta. Si tratta di due criterî che sono soltanto in rapporto di antitesi. Adamo ed Eva che si trovarono nudi nel paradiso terrestre, si vergognarono; sentirono risvegliato il loro pudore solo quando acquistarono la conoscenza del bene e del male. Cioè, il pudore è qualche cosa di profondamente diverso dall'innocenza che il codice tutela con particolari sanzioni ma la cui tutela è particolarmente affidata a organi diversi da quelli che amministrano la giustizia. La tutela dell'innocenza è affidata ai padri di famiglia, è affidata alla coscienza morale di un paese, è affidata ad un complesso di tutele di altra natura, che non sono quelle del codice penale. ( Attenzione vivissima ).
Il pudore invece è un'altra cosa. Il pudore è il bisogno, il desiderio, la necessità di una persona anche perfettamente cognita di tutti i misteri e di tutte le complicazioni dell'amore, di non essere obbligata ad assistere in pubblico alla rievocazione di questi misteri.
Pudet me, mi vergogno, perchè questa rievocazione messa in rapporto con la pubblicità porta precisamente a questo sentimento che ha soprattutto un fondamento di incomodità, questo sentimento per cui io che tutto ciò conosco, io che attraverso le vie dolorose o liete sono passato, ho diritto di impedire che mi sia tutto questo ripetuto in pubblico, perchè altri studî forse sulla mia fisonomia l'impressione che questo racconto o questa rappresentazione mi andrà a fare, così da farsi giudici del mio grado d'innocenza o di moralità. Io guardavo l'altra sera in teatro, precisamente quando si rappresentava una di quelle commedie che il mio amico ha raccontate stamane, e pensavo: ma se ci fosse offesa al pudore qui dentro non verrebbe da ciò che si rappresenta sul palcoscenico ma dal fatto che ci sono nelle poltrone dei signori i quali amano studiare sulla fisonomia delle signore che stanno nei palchetti le impressioni e le ripercussioni della rappresentazione scenica…
E la signora (che in casa sua ha diritto di saper tutto) ha, fuori, quello di non essere sottoposta a questa diagnosi, ha il diritto cioè che questa rappresentazione di fatti che essa conosce, non costituisca scandalo e non presenti per lei e non porti per lei questa offesa di ciò che non è innocenza ma bisogno di un mistero che essa ha il diritto di vedere tutelato.
Dunque, innocenza è una cosa e pudore è tutt'altra cosa.
Signori del Tribunale, io potrei confrontare le mie parole con qualche cosa che ha una certa autorità: una relazione ministeriale pubblicata sul codice penale, ove il legislatore ha detto che cosa voglia ottenere con la sua sanzione. Se occorre da un lato—essa recitava—reprimere severamente dei fatti dai quali può derivare alle famiglie un danno evidente e apprezzabile e che sono contrarii alla pubblica decenza, d'altra parte occorre altresì (guardi, Procuratore del Re, questa è la linea) non invadere il campo riservato alla morale. In conseguenza non si colpiscono tutti i fatti che offendono il costume, ma quelli soltanto che si estrinsecano (tenga presenti questi estremi e poi li applichi al caso) che si estrinsecano con i caratteri della violenza, della ingiuria, della frode e dello scandalo ( Applausi ).
Lo scandalo non si determina nella camera della persona che legge un libro, lo scandalo avviene quando, ripeto, lo spettacolo erotico, illecito, è portato in pubblico e questa persona risente nella sua moralità e nella sua coscienza l'impressione di questo improvviso spalancarsi del mistero che essa ha invece il diritto di vedere tutelato. E meglio di questo, quando verremo fra pochi istanti a discutere uno degli estremi essenziali del reato.
E allora, signori del Tribunale, quando ci siamo intesi un po' sul valore di questa parola, quando non v'è pericolo che noi vogliamo confondere il reato di offesa a questa esteriorità difensiva della moralità che è il pudore, con l'offesa che va dentro la moralità della persona, all'innocenza della persona, e che ha un altro nome e si chiama corruzione, e che il legislatore sancisce e punisce solo quando è fatta mediante atti di libidine, allora vediamo un po' se vi sono gli estremi di questo reato nel romanzo del nostro amico Marinetti.
E cominciamo, se non vi dispiace, per quanto l'amico Cappa abbia stamattina rievocato in una splendida sintesi il concetto ispiratore di questo romanzo e abbia creduto lecito e onesto alle pagine nere del Pubblico Ministero (il quale ha fatto proprio come quei fanciulli i quali cercando nel vocabolario le parole lubriche non pensano se sotto la parola che comincia per «c» e che non si ripete in pubblico c'è un'altra parola che incomincia anche per «c» e che si chiama «cuore», e quindi dice che il dizionario è un libro osceno solo per questa eletta ricerca di parole che riesce a fare), per quanto, dico, l'amico Cappa stamattina abbia a questo riguardo contrapposto i brani veramente lirici ed epici del romanzo del Marinetti, parlando assai chiaramente e nobilmente, io debbo consultare questo romanzo e questi brani incriminati che non ho paura di guardare in viso per quello che sono, da un'altro lato, da un profilo, forse non diverso, ma da un certo punto di vista non meno interessante.
Perchè a buon conto siamo d'accordo su questo, che per la esistenza del reato occorre anzitutto l'elemento naturale del possibile scandalo.