Senza di ciò non è più l'accusa, ma è la pugnalata nella schiena. Io mi posso salvare dal ladro, ma non dal Procuratore del Re, se mi ruba la mia fama! ( Applausi ).

«Capitolo secondo. Lo stratagemma vizioso è questo, signori del Tribunale: Mafarka va, e va sotto la tenda del re nemico (il nome non me lo ricordo). Egli che si è vestito da mendicante racconta una storia.—Il signor Marinetti sa molte storie.—La storia si riferisce a un cavallo venduto al demonio: quel cavallo aveva una parte virile, questa parte virile era smisurata: questo cavallo era feroce: il demonio lo ha montato, poi è caduto, si è rotto un braccio. E allora il demonio si è voluto vendicare, ha preso questo membro, lo ha cucinato, l'ha dato in pasto a Mafarka. Mafarka ha sentito il furore della libidine, ha conquistato tutte le domestiche (qui il P. M. ci ha fatto una confidenza: ci ha detto che le domestiche non sono così facili; non so se sia specialista) e poi si è addormentato e voi sapete il resto».

Ma bene: ma e la poesia di quella parte del volume, e il colore, e il cielo, e la sabbia ardente, e le tende, e gli scudi, e i tatuaggi, e la ferocia, e la semplicità, e l'ignoranza, e il feticismo, e la rabbia, e la grazia, e l'eroismo, e tutto ciò che può contenere di carne, di sangue, di immagini, di entusiasmo, di febbre, di delirio, di estetica il grande capitolo di un grande romanzo, ce l'ha detto? No. E continua: «Era necessario? Era necessario?»

Terzo capitolo; quarto capitolo. Le belle offerte al vincitore, le mani, le ànche, il ventre piatto… Era necessario? I seni, persino i seni—questi si possono nominare senza nessuna offesa al pudore—i seni, i capezzoli, signori del Tribunale, queste punte rosse deliziose… So anch'io qualche storiella; so di un volume di Catullo Mendès che non è mai stato sequestrato, in cui si narra d'un duello di donne. Queste sono gelose perchè amano lo stesso uomo e l'una si slancia contro l'altra che è la più timida e con la spada le straccia la veste, e vede il sangue, e allora si precipita, presa da una grande pietà e bacia quel sangue. Ma non è sangue: è un capezzolo, signor rappresentante del pubblico Ministero. E allora il bacio si prolunga e allora le due donne si perdonano e una dice all'altra: «Se noi ci sapevamo! Ma licenziamo l'amico. C'è bisogno di uomini dove le donne sono belle?».

Signori del Tribunale, questo non è stato sequestrato, questo non offende il pudore, neppure quello del Procurator generale del Re. Ebbene: Marinetti ha detto i seni! «Era necessario? Era necessario?» Poi il P. M. ha proseguito. A un certo punto ci ha concesso il contrario delle guance: ci ha concesso le natiche, poi le ha ritirate… In ogni modo c'è stata un'alternativa, un dubbio, e poi è arrivata la nascita di Gazurmah, e ha tentato di descrivere… «Sapete: è un aeroplano! No, deve essere un monoplano, forse un biplano, ma c'è una gabbia: non si capisce bene… Certo ci sono delle ali». Per disgrazia, o Signori del Tribunale, vedete l'inconseguenza di questo prevenuto disgraziatissimo, questo Gazurmah, il quale è generato, voi lo sapete, dall'eroe Mafarka senza l'intervento piacevole della signora donna, il quale nasce da un re eroe senza il mistero eterno, immutabile dell'amore, questo Gazurmah ha ancora quelle tali famose parti che sembrerebbero non più necessarie alla generazione dell'eroe. «Perchè?»

Ma perchè, per Bacco, o signor rappresentante del P. M., ma perchè voi che avete saltato tutto ciò che poteva dar senso a quest'opera, perchè vi siete dimenticato di un'altra antitesi che alla vostra intelligenza non può essere sfuggita, in quel capitolo in cui si parla—e voi lo avete accennato troppo rapidamente—del viaggio dell'eroe Mafarka agli Ipogei, dove va a trovare la madre e le parla, e le dice: «Ti porto il cadavere di mio fratello Magamal, che è morto di idrofobia per aver combattuto eroicamente: io non l'ho ucciso, madre; non domandare perchè non ho potuto salvarlo, io non sono che io, io sono il fratello che l'amavo e non ho combattuto per la mia ambizione, madre, ho combattuto anche per lui. Un regno, gli volevo dare, e la più bella fanciulla del regno! L'ho difeso sempre, ma egli è morto! Madre, perdonami perchè io soffro, perchè io genererò chi ti compensi di questo strazio.» E allora, signor rappresentante del P. M., giacchè facciamo i miopi, giacchè ci mettiamo gli occhiali della diffidenza e dell'odio, fermiamoci. Ma non c'è antitesi anche qui? E allora, se si vuol distruggere la donna, come, nel momento supremo di questa generazione senza intervento femminile, come ricordarsi della madre e perchè far omaggio alla madre? Ma non è invece da questa antitesi straziante, da questa dialettica eterna che nasce la grande bellezza? Ma l'eroe non è eroe appunto perchè afferma e nega sè stesso: ma non è lo strazio, l'inquietudine, la febbre, il delirio, l'estasi che afferma ciò che è l'eroe? Gli uomini conseguenti, gli uomini precisi, assoluti, sono impiegati di banca, droghieri sentimentali; ma non diventeranno mai dei condottieri di popolo o dei grandi letterati. Allora io sono costretto, non è vero, e domando scusa al Tribunale illustrissimo, sono costretto a far ciò che il P. M. non ha voluto fare. ( Applausi ).

Ma siamo in questa situazione. È facile avvelenare il giudizio degli uomini, non è facile dare l'antidoto; è facile, Signori del Tribunale, sceverare pagina da pagina e dare di un volume un'impressione che possa anche sembrare di disgusto: non è facile in altrettanto pochi minuti ricostruire il volume. Se io volessi fare il malvagio, vi direi: che cosa sono i Promessi Sposi?

Primo Capitolo: c'è un prete vigliacco il quale è un porco idiota e pauroso, che cammina con il suo breviario ed è fermato da due bravacci che gli proibiscono di unire in matrimonio la signorina Lucia con il contadino Renzo. Il prete dice di sì! Signori del Tribunale, era necessaria questa constatazione della vigliaccheria del prete, questa esaltazione della prepotenza dei bravacci? Ma c'è di peggio, Signori del Tribunale. Il povero amante Renzo va per le sue nozze con Lucia ed è respinto col latino, il latino dolce, santo, il bel latino della nostra fede infantile, quello che ha accompagnata la grandezza cattolica del popolo italiano: eccolo, questo latino, maculato sul labbro di un vile parroco. Era necessario in uno scrittore cattolico questa profanazione del latino, della santità religiosa? Ma c'è di peggio. Si continua: Renzo si ribella, si ribella e cerca per frode di avere in moglie la sua donna. E c'è persino il consiglio di un frate: fra Cristoforo. Era necessaria, Signori del Tribunale, questa complicità di un frate, di un contadino, di una madre, per la frode al prete? Ma bisognava invece andare a Milano, parlare col vescovo, col cardinale: questo era l'insegnamento di un sant'uomo. Fama usurpata anche quella del cattolico Manzoni! Ma c'è di peggio, Signori del Tribunale. La monaca di Monza, una triste donna, signora del peccato, amante di Egidio, l'assassina della conversa, colei che porta la sua sensualità tormentosa là dove dovrebbe essere precetto la macerazione dello spirito e della carne, l'elevazione nella grande speranza dell'al di là. Ed era necessario che questo martirio dei sensi ci fosse definito in venti, in trenta ed in quaranta pagine, sospendendo l'azione ed allontanando il romanzo dalla sua economia generale, creando quello strano senso di stanchezza di cui vi ha parlato del resto un grande poeta e critico: Vincenzo Monti. Quello sì che era uno spirito acuto, il quale, appena usciti i Promessi Sposi, disse: Non avrà fortuna questo libro, perchè troppo dotto per gli umili e troppo umile per i dotti; è di moralità ipocrita, e perciò non potrà vivere.

Vincenzo Monti, grande poeta, l'avv. Valenzano, futuro grande procuratore del Re, fanno egualmente.

Invece è difficile prendere l'opera di Marinetti e da pover'uomo come sono io cercare di ricostruirla. Come farò? Io ho segnato molte pagine; prendiamone qualcuna a caso: 107. La città del Re Mafarka è assalita ancora dagli eserciti nemici. Ma in qual modo? Hanno mandato innanzi non gli uomini, ma i cani arsi dalla siccità, idrofobi, che hanno la paralisi negli occhi e che corrono all'assalto con la bava alla bocca. Leggiamo (pag. 107-108).