—«Sì è vero…—dice Mafarka—Le sentinelle non si sono ingannate!…», ecc.
O Signori del Tribunale, siamo in piena epopea, anche se non piace al Procuratore del Re.
( Continua a leggere ).
Io temo di annoiare, se qui ci sia qualcuno dei fischiatori nei comizî dei colleghi futuristi, o qualche mio collega di giornale. Io non sono futurista, nè figlio di futurista, nè solidale in pieno coi futuristi, ma io sento una grande bellezza in tutte le ribellioni, in tutte le audacie, in tutte le novità impensate; sento una grande bellezza nella ricchezza che si dà alla letteratura, non al piacere; sento una grande bellezza in questo giovane signore che esce dai salotti dei commendatori, delle belle dame, che affronta le piazze, che va nei teatri, che si batte, che urla e piange e ride; sento una grande bellezza, in tutto ciò, ed è una grande tristezza che nel regno d'Italia con tanti milioni di analfabeti e di delinquenti, il delinquente che si vuol condannare, si chiami Marinetti! ( Bene! Applausi fragorosi ).
Ora, quante altre cose e tutte belle, tutte strane, tutte diverse, tutte insolite, multiformi, deliranti!… Ma io l'avrei capita un'elegante ferocia del Pubblico Ministero: me l'aspettavo anzi, perchè mi hanno detto ed è certo che è un uomo di ingegno e di cuore. Mi aspettavo, Signori del Tribunale, l'art. 46: pazzia, pazzia letteraria: ma non mi aspettavo, Signori del Tribunale, l'articolo solito: oltraggio al pudore, offerta in vendita.
Chissà che cosa ha offerto in vendita il nostro buon amico Marinetti. Egli non è autore di Mafarka il futurista romanzo, ma è autore di Mafarka le futuriste, romanzo africano, scritto a Parigi, pubblicato a Parigi; libro che fu pensato in un'atmosfera di libertà diversa dalla nostra, non perchè repubblicana, poichè non voglio fare il portoghese, ma diversa dalla nostra perchè secolare, perchè nutrita, perchè sincera; una bella grande civiltà e una bella grande libertà. Egli l'ha pensato a Milano e l'ha scritto a Parigi, e lo ha stampato a Parigi, nella bellissima e sonante lingua francese. Questa è la traduzione del sig. Decio Cinti. Guardate: siamo così fuori del normale che non abbiamo neppure imputato il traduttore; non si è visto se egli ha alterato il testo. Avete fatto il confronto? C'è una mutazione fin nella prima pagina: nel testo originale è scritto: «Romanzo Africano», nella traduzione italiana è scritto solamente: Mafarka il Futurista, Romanzo. Cosa è questo avvenimento? Eh! io lo so che cosa è… Quando sorse l'accusa contro Marinetti egli era reduce dai suoi comizî. Al Lirico l'avevano fischiato, come non sono stato fischiato io neppure dai cugini socialisti. Egli era buttato fuori.
La sera dopo va a sentire la lettura di un bel poema, fatta da un uomo biondo, grasso, lento, con voce pastosa, piena di erre e di vocali, e sente un po' di stanchezza, e grida, e lo mandano via un'altra volta. Egli dice: «Io vi piglio a schiaffi tutti!» E il pubblico ride. Gli schiaffi collettivi non offendono l'onore…. E uno solo gli parla, a questo solo per combinazione è sovversivo, e Marinetti dice: «Ebbene, io voglio rendere lo schiaffo, da collettivo, individuale.» E gli dà lo schiaffo, e allora l'altro se ne va perchè ha capito che Marinetti faceva proprio sul serio. ( Applausi ).
Egli va a Trieste: a Trieste ha coperto di fiori non una prostituta, non una dama, ma la madre di Oberdan!… Ed è ritornato con una grande nostalgia dei sentimenti vecchi e passati, questo futurista che non sa forse cosa sia il futurismo; è tornato con l'amore della patria, col desiderio della razza, con la nostalgia delle vittorie italiane. Ha sentito la bellezza del mare veneto, ha ripetuto parole che non sono più dette che dal mio povero e grande amico Barzilai e da qualche mio amico che non sarà mai deputato; egli ha detto un sentimento di riconoscenza che doveva essere un sentimento di gloria, ma ha irritato borghesi, prostitute, donnicciuole, impotenti della vita, povere donne, vecchi cisposi, presidenti delle leghe di moralità, tutta questa gente viscida, bavosa come i cani intorno alla città africana, tutta questa gente che non combatte, che non osa, gente della sesta giornata quando sono cinque, dell'undicesima quando sono dieci, patrioti dell'indomani, patrioti alla conquista del 48, austriacanti per il 1910. Era il furore nel cielo, nell'aria. Il Corriere era d'accordo col Secolo, il Secolo d'accordo con la Sera, io ero d'accordo coi miei amici, i miei amici erano d'accordo con me, tutti eravamo avvelenati. Egli ci dava noia. Noi non ne vogliamo di questi ingegni: io sono applaudito, ma se parla lui, non mi applaudisce più nessuno. C'è bisogno del grigio, dell'incomposto, del lento. Egli è accusato da solo, prevenuto da solo, trascinato da solo, e deve rispondere in Italia di un libro francese, di cui la traduzione non sappiamo se sia fedele. E questo in Italia, perchè il senso della giustizia non è esatto.
Ma io devo leggere ancora, non più allo scopo di dimostrarvi la bellezza, ma allo scopo di rispondere ad altri: «Era necessario?» Già tutta l'arringa del Pubblico Ministero è stata questa: Era necessario?
Il resto, lo lascerò distruggere dalla sapienza del dire dei miei colleghi e maestri, lascerò che domandino al Tribunale, per esempio, cosa vuol dire il lucro, perchè io credevo che ci fosse solo una cosa indistruttibile: il dogma, il pontefice, l'infallibilità e la santissima trinità. E il dogma non si discute. Ma il lucro intangibile, il lucro dogmatico? Ma come! Vi portiamo dei testimoni i quali dicono: Egli non solo non guadagna, ma spende: questa è la dissipazione della sua vita, ma anche del suo denaro. Ma invece no, il lucro c'è, dal momento che lo ha supposto il Pubblico Ministero. «Io sono indulgente—egli dice—me ne appello a tutti: ho sempre domandato l'assoluzione tutte le volte che non ero in udienza: domani io faccio credito, oggi voglio la condanna: quattro mesi di reclusione e il libro rovinato».