Il vecchio mi continuava a sgranare gli occhi in faccia, e taceva.
—Lo conosce?—insistevo—È pure un suo amico, lei?
—Io!?—urlò, come se gli avessi dato uno schiaffo.
Vi fu un silenzio. Ero confuso, non sapevo più che dire e quasi facevo per salutare il vecchietto e andarmene. Egli si volse addietro per riporre il berrettino e l’ago su un tavolinetto. Poi uscì nel corridoio, mi prese per mano, silenziosamente, e mi condusse rimpetto, d’avanti a un’altra porticella. Si chinò a guardare pel buco della serratura e mi fece atto perchè lo imitassi. Guardai là dentro anch’io.
V’era una giovane donna, bruttina, piccola, biondiccia, seduta per terra—al sole che la illuminava tutta—accanto a uno di que’ grossi cestoni ne’ quali le povere madri napoletane, le donne del popolo, mettono a dormire i loro piccini. La piccola bionda si chinava su quella culla e di volta in volta agitava la mano per cacciar via qualche mosca.
—Ha visto?—disse il vecchietto.
Non capivo e non sapevo che cosa rispondere. Allora egli, nel corridoio scuro, avvicinando quasi alla mia la sua faccia, mormorò:
—Il suo amico ci ha lasciato questo grazioso ricordo. Ah, non sa nulla? Bene, glie lo dico io. Partito... Il signor Galiero è partito per l’America, coi denari dell’eredità d’uno zio prete... Capisce?... E lei, non ne sapeva nulla?
Sorrideva, ma con tal sorriso che mi gelò il sangue. Le sue mani scarne tremavano.
—Totò Galiero!—esclamai—Totò ha fatto questo!...