La suora mosse dirittamente al lettuccio della Ercolano, che pareva assopita. Contemplò a lungo quel volto ancora pallido, segnato dalla tempia all’angolo della bocca dalla ferita recente, che ora s’andava rimarginando. E come l’Ercolano lasciava penzolare fuori del letto un braccio ella glie lo sollevò, dolcemente, e lo ripose sulle coltri.

La rossa aperse gli occhi e sorrise.

—Quel povero braccio!—disse la suora—Il braccio malato! E lei se lo lascia cascar giù fuori dal letto!

—È guarito.

—Ah, sì? Come andiamo dunque? Bene?

—Bene, sì, sì. E domani me ne voglio andare. Ecco già undici giorni che son qui. Ci perdo la salute, suora! Peggio d’un carcere!

—Ma dove vuole andare? Parenti ne ha lei?

—Non ho alcuno—rispose l’Ercolano, un po’ triste, un po’ impazientita.

S’era messa a sedere in mezzo al letto e le sue mani esangui e nervose tormentavano le lenzuola. Il suo sguardo errava, senza volontà. E su’ letti in fila, sul viavai della gente esso passava come quello, già abituato e senza curiosità, delle vecchie clientele dell’ospedale. A un momento, più a lungo, s’arrestò sulla cappelletta che veniva fuori da un angolo dello stanzone, nascosta da pesanti cortine a fiorami.

La suora immaginò che pregasse. Si intenerì. Stese la mano, dopo un poco, e lievemente glie la posò sulla spalla.