Lentamente l’Ercolano si riaddossò ai cuscini e vi affondò il capo. Sulla sua pallida faccia passò un’ombra di tedio e di stanchezza.

—Dunque si resta intese—disse la suora—Domani non si va via. E le porterò le ciliege, domani.

La rossa aveva chiuso gli occhi. Pareva assopita. La suora si chinò sopra di lei e le mormorò:

—Arrivederci, non è vero?

—Arrivederci...—balbettò la convalescente.

III

A poco a poco il sole risaliva su per le coltri del letto. Una chiazza ancor abbagliante dilagava sulla bianca parete, a capo; ancora gli origlieri se ne bagnavano e, come un casco dorato, lì, copiosa e lucida, la capigliatura dell’Ercolano accoglieva riflessi quasi metallici. Le coltri estive disegnavano una sagoma voluttuosa, un ricco e immoto seno giovanile.

Era terminata la visita. Dei ritardatarii s’indugiavano presso a’ letti, impiedi, con le mani ancora poggiate sulle spalliere delle seggiole dalle quali s’erano levati e dove pareva che stessero lì lì per rimettersi a sedere come per tornare a discorrere coi loro malati.

Un giovanotto piccolo, bruno, col cappello di feltro molle su gli occhi, ronzava da un pezzo attorno al letto della rossa. Ed era adesso così intento a contemplare l’Ercolano, così conquistato da quella dolce immobilità sopita, che non s’accorse null’affatto di due altri borghesi che gli stavano alle costole e spiavano ogni atto di lui.

A un tratto si decise. Fece due passi verso il letto e cacciò la mano in saccoccia.