Un’ombra scivolò rapidamente sotto il muro dell’Arcivescovado, e a un tratto se ne spiccò e prese forma, dirizzandosi al Ponte di Annibale. Una donna. E pareva giovane, dall’agile incesso e dal disegno della persona. Pareva: da che le pieghe di uno scialle scuro, che dalla testa le ricascava sulle spalle e sul petto, le ombreggiavano la faccia. L’ora già tarda rafforzava il pallido mistero di quel volto, biancheggiante, con apparenza indefinibile, tra lo sparato dello scialle. Tuttavia, com’ella, per un momento, quasi irresoluta, s’arrestava sul piazzale, un fanciullo la riconobbe e le si fece da presso. Il fanciullo veniva dal Corso Appio, e andava verso Riva Casilina. Portava la cartella dei suoi libri attaccata al dosso con due brevi corregge che gli passavano sotto le ascelle, e in una mano aveva una riga di legno con cui, camminando e zufolando, a volta a volta si percoteva la coscia.

—Oh, Letizia!—esclamò.

E ristette davanti alla donna, interrogandola con gli azzurri occhi contenti, pieni di candido e inconscio riso infantile.

La donna, sorpresa, si trasse addietro e si guardò attorno. Altri non era in quel luogo in fuori di lei e dello scolaretto; le loro due figure nere, vicine, differenti, si disegnavano nella vastità del piazzale su cui non ancora era scesa l’ombra. La donna tremava, borbottava parole che il fanciulletto non riesciva a comprendere. Lo guardò, a un punto, smarritamente, come se più non lo riconoscesse, e seguitò a restar muta.

—Dove vai?—disse il piccino.

E subito soggiunse:

—Io vengo dalla scuola. Oggi la scuola è finita più tardi. Ora vado a casa. Ho i guanti: guarda.

E le mostrò la mano inguantata, in cui serrava il quadrello. L’altra egli aveva ficcata nella saccoccia dei pantaloncini fino al gomito. La cavò lentamente e la levò, spiegata. Era gonfia e arrossata; l’epidermide vi si screpolava sul dosso e si rigava di piccoli solchi lividi.

—Vedi... Ho i geloni.

Ella taceva, guardandolo. Non lo ascoltava. Il piccino tornò a domandare: