Non mi sentivo la forza. Ma lo seguii, e ci seguirono pur tutti gli altri.
Nella via, come uscimmo dal palazzo della biblioteca, il caffè ci apparve subito, rimpetto.
La folla si pigiava davanti alla porta.
Pandolfelli si fece largo ed entrò nella bottega.
Subito ne riuscì, annunziando:
—L’hanno posto in una vettura e portato ai Pellegrini. Ma era morto. Ho parlato col medico che s’è trovato a passare. Una sincope.
Uscì sulla via il padrone del caffè, con le lagrime agli occhi.
—Quel povero signore! Che disgrazia, hanno visto? Veniva qui ogni giorno, sempre alla medesima ora. Anzi, ieri, m’aveva detto, col suo solito buon sorriso: Lei si meraviglia, non è vero? Già: sono puntuale. Mi hanno mandato via di là—e mi mostrava il palazzo ove stanno lor signori—ma io ci continuo a stare, col pensiero, almeno.
La moglie del caffettiere, una piccola donnetta, era uscita anche lei sulla strada.
Mi pose una mano sul braccio. Mormorò: