Una voce squillò improvvisamente nella mia camera...
—Carlo! Carlo!
S’era spalancata la porta e Matteo Barra, il mio compagno di studio e di stanza, quasi mi si precipitava addosso.
Io m’ero levato, commosso. Buon figliuolo! Il portinaio, o qualche comune amico, o il solito bollettino del Ministero gli avevano partecipato la mia nomina...
—Come hai saputo? Da chi?
Ci eravamo abbracciati e baciati. Egli mi guardava, ora, con gli occhi ridenti.
—Ho fatto la scala d’un fiato!—balbettò, ansante.
Mise la mano in petto. Cavò il portafogli, le sue carte d’appunti di «Diritto Costituzionale», il librettino in cui segnava le mie e sue spese giornaliere. Spuntò di mezzo a quelle carte un telegramma. Egli lo spiegò, mi trasse al balcone, me lo pose sotto gli occhi.
—Ecco... leggi!—mi fece—È mia madre. L’ho saputo da lei...
Lessi, sorpreso: