«Caterina acconsente assieme famiglia. Tutto pronto. Vieni passare qui feste. Ti benedico. Carmela».

—Non capisci?—esclamò Matteo Barra—Non hai capito? Io mi sposo. Io parto.

—Parti!...

—Ma certamente!—e si mise a misurare la stanza a larghi passi—E che vuoi che aspetti? Non hai letto? Dice «tutto pronto».

Mi si arrestò d’avanti. Mi mise la mano sulla spalla.

—Tu ti ricordi di Caterina, non è vero? Della sua zia monaca?... Quella è morta, la zia, a ottant’anni! Requiescat! E Caterina eredita. Ricordi che lotte, che battaglie, che disperazioni? Bene: ora non più... Tutto è a posto... I parenti di lei mi scrivono lettere affettuosissime... E lei!... Lei, non ti puoi figurare! È felice, è orgogliosa della mia laurea. Capirai, abbiamo una laurea adesso... Dottore in utroque!... Ah, mio Dio! Son contento, guarda, son contento! Andiamo a pranzo. Pago io. Voglio pagare io!...

S’interruppe. Mi guardò, meravigliato. M’afferrò pel braccio e mi scosse, faccia a faccia.

—Ma, che hai? Carlo? Che hai?...

Guardò intorno, come a interrogare sul mio silenzio le umili e fredde pareti della nostra stanzuccia. Io ero rimasto impiedi tra la vetrata e le imposte del balcone. Era un momento in cui l’oscuro Vico Majorani, laggiù a’ Tribunali, taceva, penetrato tutto quanto da quella naturale malinconia della sera che cade, dalla particolare tristezza dell’ora in cui pare che tutte le anime si raccolgano. Brillò un lume, di fuori, a un tratto: di faccia al nostro balcone al primo piano s’accendeva il fanale al cantone. Arrossato nel volto da quell’improvviso fuoco esteriore, ritto rimpetto a me, Barra mi stendeva le mani. Io le presi e le serrai, muto.

—Ma che hai?—mi ripetette—Tu tremi?... Tu hai le mani gelate!