—Guardi, tre cavalli m’erano rimasti e uno m’è finito a Roccadaspide, col carbonchio. Il pagliaccio mi s’è affiochito per via e ha mezzo perso la voce; sua sorella, la Gilda, è cotta d’un impiegato di ferrovia che le faceva l’asino a Tricarico, e gli scrive lettere tutta la santa giornata e non mi lavora più come prima. E la Rosetta che a un tratto mi vien fuori con l’isterismo! Che? Contentezze grandi, caro signor dottore!

E fregò palma a palma, con tale furia che pareva si volesse spellare le mani.

—Mi dica, dottore, lei che se ne intende: che roba è codesta? Malattia grave?

—L’isterismo?

—Ecco.

—E vostra moglie è isterica? Davvero non mi pareva. E che ha? Che accusa?

—E che so, io? Dolori in petto, dolori allo stomaco, alle gambe, ai polsi. In faccia, di certo è smagrita. L’avesse vista quattro o cinque anni fa! Le dico, un bisciù! L’ha vista al trapezio?

—Sì, mi pare...

—Eh?...—fece l’ercole, strizzando l’occhio—Ha visto che lavoro preciso?

Accennavo di sì, col capo. In quel punto pensavo ad altro. Il di Bartolo s’era sprofondato nella lettura del suo giornale, ma di volta in volta, ne levava lo sguardo per lasciarlo posare sul mio interlocutore, ch’egli affisava, silenzioso per qualche minuto, come si fa con certe persone nuove le quali vi suscitano un curioso interessamento nell’animo.