Mi sorrideva anche il convalescente, con lievi cenni di saluto. E, a poco a poco, rividi, lassù, tutti. Nella spaziosa e luminosa Sala Cotugno, ch’era stata, anni a dietro, la mia seconda casa, rividi le suore, gl’infermieri, il farmacista, il reverendo confessore, sempre florido e roseo tra tante bianche facce esangui.
—Guardate chi vi riconduco!—esclamò l’adorabile vecchia suor Agata che, al solito, m’aveva preso per mano e ora mi poneva di faccia al primario professore X... mentre costui dalla sala Severino entrava nella Cotugno in mezzo ai discepoli.
—Giovannino!—fece lui, che usava di chiamar ciascuno col suo nome di battesimo e ricordava mirabilmente quelli di tutti—Chi si rivede! Che c’è? Ritorno del figliuol prodigo? Vieni, vieni dentro...
—Benissimo. T’invito a pranzo. Uno che s’è fatto onore, signori miei. Medico condotto in Terra di Lavoro. Bene, benissimo. Come dite voi, suor Agata? On revient toujours...
S’era arrestato presso un letto intorno al quale già quattro o cinque degli scolari si radunavano.
Il malato con un bianco berretto da notte in capo, col petto scoverto, si lasciava tastare.
Lo riconobbi subito. Era l’ercole di Giffuni.
III
—Ma sa che ho pensato a lei tante volte da che sono qua dentro? Mi dia la mano almeno: ora non glie la lascio più come quella sera, si ricorda? Mi avrà perdonato? Non può immaginare cosa mi sentivo dentro, allora... Non si mette a sedere?