Sedetti accanto al letto. La mano che premeva la mia sulle coltri era calda: mi pareva febbricitante. Egli era rimasto addossato a’ cuscini, col bianco e largo petto scoverto.

—Ricopritevi—dissi—E non vi rigirate per guardarmi. V’ascolto lo stesso.

L’ercole sorrise, con quell’aria sua solita d’amarezza e di bontà. Il suo corpo rimase immobile. La testa soltanto si rigirò lentamente dalla mia parte.

—Egli è che ho piacere di vederla. Non la vedo da tanto tempo! Saranno tre anni, o sbaglio?

—Due anni e tre mesi. S’era in ottobre...

—È vero... E lei ricorda quella sera della fuga? Lo sa che la Rosina mi scappò via col pagliaccio? Ah, lo sa? Bene. C’era stato di mezzo quel Rigo, il gobbo, che aveva preparata la fuga e mi sorvegliava. L’ombra che scivolò lungo il muro... La ricorda? Rigo. Maledetto!...

Si tacque per un momento. Respirava forte, quasi a stento.

Stavo per dirgli che smettesse di parlare quand’egli continuò:

—Presi un anno e tre mesi di prigione per ferite volontarie. Rigo se la cavò con quaranta giorni d’ospedale: ha il diavolo che l’aiuta, il mostro. E poi? Poi, si figuri, caro lei, che vita allegra quando sono uscito dal carcere! Tutto perso, bestie, roba, arnesi: una rovina. E poi la solitudine. Solo, solo! Tutti scomparsi, e io solo come un cane!

S’accendeva e ansimava. Il respiro faticoso gli sollevava le coltri sul petto.