Per poco rimase silenzioso. Qua e là degl’infermi si lamentavano, qualcuno chiedeva da bere, con un piagnucolio da bambino.
L’ercole riprese, più lentamente e più basso:
—Ho ricominciato a lavorare, da solo. Cercavo di farmi coraggio. Ma che vuole, a volte mi cascavano le braccia. I ricordi, la mancanza di esercizio... Specie i ricordi, caro lei, che mi tormentano sempre. Cercavo di scordare, d’avvezzarmi a questa vita nuova. Macché! E a un bel momento ecco che principia a pungermi in petto qualcosa come una spina... Ma davvero, sa, un dolore, una fitta che lei non se lo può immaginare...
Lo guardai più attentamente. L’abito della diagnosi da’ caratteri fisici soffermava il mio sguardo sullo sciagurato. Labbra esangui, muscoli denutriti, cianosi al lobulo degli orecchi, a’ pomelli, al lobulo del naso: l’occhio destro gonfio, il collo tumido, turgide le giugulari...
—V’hanno osservato il petto? Picchiato in petto?
—Picchiato? Altro! Non fanno che questo. Ma scusi, che vogliono dire tutte queste linee che mi segnano in petto con la matita rossa?
—Regioni in cui si ritrova ottusità—mormorai, come se parlassi a me stesso.
Egli rimase muto per un poco, meditando. Poi soggiunse:
—Ha mai veduto la Rosina?
—No: mai più.