—Viene...—fece di dentro una rauca voce maschile.

S’aperse la porta e un fiotto di luce dilagò sul pianerottolo. L’uomo che l’aveva schiusa reggeva un lume nella destra e cercava di affisar bene la sconosciuta. Poi si trasse addietro per lasciarla passare.

—Be’?—disse, dopo avere cautamente rinchiuso l’uscio—In che vi devo servire?

Levò il lume fino al volto della donna e con l’altra mano fece riparo alla fiamma.

Ma ora ella si liberava dallo scialle, lo raccoglieva sul braccio e gli si rivelava, immobile, ritta di faccia a lui, e muta, e tutta illuminata dalla fronte al petto.

Allora l’uomo esclamò:

—Gue’! Letizia!... Ah, tu sei, dunque?

E voltandosi a una porticina socchiusa, dietro la quale borbottava una vecchia voce femminile, annunziò:

—È Letizia di Riva Casilina... Letiziella... Quella del furiere...

Letizia si coperse la faccia. Cessò il borbottìo dietro l’uscio socchiuso. E la voce senile, mentre l’uomo riponeva il lume sulla mensa dalla quale s’era levato, rispose: