—Buona sera... Ora vengo.
—È Chiarina—disse l’uomo, e sedette daccapo alla tavola—Ha le gambe enfiate, con rispetto, e le unge con una pomata che si vende a Napoli. Ha un’emicrania da cavallo, per giunta...
Additò una seggiola.
—Mettiti a sedere... Vuoi crescere?
—Vi devo parlare—disse Letizia.
—Be’... Dunque siedi. Che mi dici? E il furiere che fa?
—M’ha lasciata.
—Il furiere?...—e con la mano spiegata l’uomo percosse la tavola—Possibile? Hai sentito, Chiarina?...—e si girò sulla seggiola, e si voltò a parlare forte all’uscio socchiuso—Dice che il furiere l’ha lasciata...
—Vengo...—ripetette la voce.
Don Placido, un tipaccio rossigno, quasi calvo, animalesco, allungò la mano a un piatto colmo di stufato d’agnello e se ne recò un pezzo alla bocca, strappandogli, co’ forti molari, fin le ultime cartilagini. Si versò del vino. Sotto il lume, agguantata al collo della bottiglia, la sua mano tremava come per impeto di sangue pulsante: sul dosso vi rigurgitavano le vene enfiate e le dita unte e vellose, terminate da unghie rose e piatte, lucevano del recente contatto della vivanda. Un alito impuro emanava da quella stanza e dai suoi abitatori, come un fiato di anime e di materie corrotte. Dal mensale insudiciato, chiazzato di larghe macchie d’unto e di vino, si sprigionava un lezzo disgustevole.