—Dove andate?—disse lei.

Difatti, ove andava Longo, con la sua vettura polverosa, con la sua rozza affamata e zoppicante, sognando in serpa e guidando macchinalmente la bestia? Egli si arrestò, e si guardò intorno. Erano sulla via nuova, deserta e buia, dell’Arenaccia. Sulla destra si disegnava confusamente l’immane tettoia della stazione ferroviaria, nera nera: i grandi occhi immobili delle locomotive, rossi, verdi, giallognoli, ammiccavano nell’oscurità. Un fischio acuto e breve ruppe il silenzio: l’aria vibrò tutta al fragore d’un treno che passava sulle piattaforme metalliche. Dalla via si vide il treno svolgersi rapidamente, e trascorrere, come un gran serpe nero che scompariva nella notte.

III

La giovane disfece il nodo della sua pezzuola e ne cavò un pezzo da due lire.

—Questo m’è rimasto—mormorò.

Longo era sceso di serpa. Guardò appena le due lire, al lume del fanaletto, e le gettò in grembo alla giovane.

—Ma scherzate? Che mi mettete in mano? Due lire?... Andiamo, non ho voglia di scherzare!

Ella balbettava:

—Sull’anima di mia madre che m’è morta ieri l’altro...

—Ma che!—fece Longo—Ora mi si mette a giurare! V’ho portato in giro per quattro ore di seguito e il meno che mi spetta son cinque lire! Su! O mettete fuori le cinque lire o vi porto alla questura com’è vero il santo ch’è oggi!