—Date qua—fece la serva, levandosi—che tutto è buono quand'è carità. Oggi glie le porto.

Un'altra volta la serva chiamò fuori nella via Gaetanella, la quale era occupata a riasciacquare i piatti.

—Clelia, la….. capite?…. dev'esser morta. Ora ho chiesto alla vecchia se Clelia abbia più rivisto il piccino. S'è messa a piangere, la vecchia. Ho capito tutto.

Passarono sette mesi; morì pure donna Nena, spegnendosi a poco a poco nella sua celletta, col ragazzo che la guardava dal suo seggiolino, appiè del letto. Per un momento l'avevano lasciata sola, mentre dava gli ultimi tratti. Rientrate le vicine col ramoscello dell'olivo e l'acqua benedetta, trovarono la vecchia basita. Il piccino la guardava ridendo, balbettando. Un braccio di donna Nena fuori della coperta era steso rigidamente verso di lui, la mano pareva indicasse.

Fatto sta che, occupate a rovistare per la celletta, curiosando dappertutto, nei foderi di un canterano che gemevano come se nascondessero l'anima della vecchia, in un baule nello stipetto o muro, le vicine dimenticarono il bambino. Soltanto com'entrò lì dentro anche Graziella la sarta, con dietro la ragazzina curva sotto lo scatolo delle vesti, per vedere, mentre lei dinanzi al lettuccio, contemplava la morta coi grandi occhi pietosi, il piccino le prese fra mano la frangia di conterie che luceva attorno alla veste. Graziella si volse.

—Questo è il piccino di donna Nena—spiegò Gaetanella Rocco—il figlio della figlia.

—E la madre dov'è?—chiese Graziella.

L'altra benedì l'aria con la mano: l'indice e il medio ritti.

—Pure lei morta?—fece la sarta, intenerita.

E carezzò la testa bionda del piccino, il quale levò gli occhi a guardarla.