* * *
A maggio, v'ho detto, i signori della casa sloggiarono.
La primavera sospirava più forte con gli spasimi dei fiori, col susurro delle piante in amore, e nell'aria salivano odori soavissimi e freschi soffi di zeffiri. In una bella giornata profumata si svegliò il canarino a un pispiglio sommesso. Una passera aveva fatto il nido di rimpetto. Poi furono piccoli gridi di compagni liberi che passavano; furono a volte cicalecci impertinenti di rondoni in chiacchiere, sui tetti. I rondoni, al solito, dicevano male del vicinato. Quello era bello, quell'altro era brutto, la tal signorina non sapeva cantare, il violinista del quinto piano pigliava acuti stonati, il portinaio non badava troppo alla figliuola. E il giardino si svegliava all'alba con questi discorsi di uccelli, con le loro querele peripatetiche, con ronzii d'insetti invisibili e voli di bianche farfalle.
Il canarino ebbe da tutta questa vita, che gli ricordava indefinitamente il bosco e l'odore acre delle piante, quella malinconia dei ricordi che, si dice, tornano nel tempo della disgrazia. N'ebbe singhiozzi di rimpianti e di desideri che gli rompevano il canto nella gola. E gli cominciarono a cadere le penne. Una si posò sul davanzale della finestra e un colombo se la venne a pigliare.
—Oh! dite, amico—gli chiese il canarino dalla sua gabbia—siete di questi paraggi voi?
—Vi pare?—rispose il colombo—Gli è qui che son nato. Guardate laggiù accosto alla grondaia. Vedete voi quel buco tutto nero? Lì ho fatto il nido. E questa penna che vi è caduta, se permettete, la metto al lettuccio dei miei piccini. Dite, vi dispiace?
—Anzi—disse il canarino—fortunato d'esser materasso. Ma sentite, verrete voi a tenermi compagnia qualche volta?
—Perchè no?—disse il colombo—ma di questi giorni non posso; ho i piccini, udite voi come chiamano?
Il canarino non udiva nulla.
—Eh!—fece il colombo—sento io, sento! Quando avrete figli anche voi! Arrivederci.