Don Procolo, un attempato arzillo, negoziante e proprietario, veniva a sera a trattenersi nella bottega, e quando c'era don Procolo accosto a Fortunata, seduto in mezzo ai fiori di organsino, in mezzo ai fasci d'erba artificiale, la mamma di Fortunata, dalla parte loro, chiudeva metà dell'uscio. Le vicine dicevano che chiudeva anche un occhio.

Fortunata, poverina, era magruccia, pallida, con molto nero sotto gli occhi. La frangetta, i grossi cerchi dorati alle orecchie, un neo presso al mento: piaceva. Stropicciava lo spazzolino sui denti che aveva bianchi e piccoli, si nettava le unghie con molta pazienza, alla mattina, sotto l'uscio, prima di mettersi a lavorare.

I fiori artificiali, quelli pei borghesi di Foria e pei negozianti di quartiere Pendino sono strillanti e il colore vivo s'attacca alle mani. Fortunata pareva la maitresse aux mains rouges. Don Procolo non ci badava gran che, ma la ragazza serbava, per così dire, le manine nette pel suo innamorato vero, che nessuno conosceva. Quando don Procolo badava alle balle di tela giù in dogana, nelle ore di pomeriggio, l'innamorato della fiorista passava per via del Duomo, la sigaretta tra le labbra e un bastoncino di bambù in mano. Era un impiegatuccio a mille e duecento con lineamenti di un'antipatica regolarità, biondino, magro, malaticcio, molto pulito. Fortunata lo adorava.

* * *

Nella sera del 3, due sere fa, i coniugi Cappiello tornarono alla bottega che potevano essere le sette e mezza. Donna Maria, senza nessuno salutare della via, ficcò la gran chiave nella toppa, aperse la porta e sgusciò dentro. Nella semioscurità i mucchi dei ritagli pei fiori, le palle bianche dei lumi a petrolio, le ceste piene di fiori azzurri e rossi mettevano una gran confusione nella bottega. Donna Maria accese un fiammifero. Cercava qualche cosa. Di fuori il marito s'era addossato allo stipite e, con le mani nelle saccocce de' calzoni, le labbra strette, non levava gli occhi da un monticello di spazzatura ammucchiatogli a' piedi, sotto al marciapiedi. A un tratto girò sui tacchi, spinse l'uscio che donna Maria aveva socchiuso ed entrò. L'uscio si richiuse. Il calzolaio di faccia che passava lo spago per una suola si lasciò cascare le mani e lo spago sulle ginocchia e si mise a guardare. Subitamente nella bottega della fiorista scoppiò un alterco. La voce stridula della vecchia si levava alta e le rispondevano le bestemmie di don Peppe Cappiello. Distintamente una frase di donna Maria arrivò alla strada.

Nun è overo! Nun è overo!

Poi quella di don Peppe, come un urlo:

Me l'ha ditto a me!

Succedette un gran romore, come di seggiole rovesciate. Il calzolaio s'alzò, impensierito. Le vicine erano diventate pallide.

A un tratto risuonò un grido femminile, terribile. L'uscio si spalancò. Venne fuori donna Maria che voleva parlare e non poteva. Agitava le braccia, barellando. Un flotto di sangue le spicciava dalla gola ferita; tutto lo scialle se ne inzuppava. Cadde sul lastrico, come uno straccio, e non si mosse più.