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La bottega della fiorista rimase chiusa per un mese. Un bel giorno arrivò don Procolo, fumando. Fece aprire, rimase un pezzetto a rovistare e a parlare con due uomini sconosciuti a tutto il vicinato, cacciò in una cesta alcune masserizie e le coprì con un mucchio di fiori d'organsino. Al giorno dopo arrivarono gli stessi sconosciuti e vuotarono la bottega tutta quanta. I monelli del vicinato s'impadronirono dei ritagli delle carte colorate e li sparsero per tutta la via. Dopo un altro mese un pittore di stanze prese il posto della fiorista.

Finalmente, dopo due anni Graziella, la stiratrice, in una mattina di maggio, vide passare l'impiegatuccio a mille e duecento, e per volerlo guardare e sorvegliare troppo abbronzò una camicia, dimenticandovi su il ferro rovente.

L'impiegatuccio guardò nella bottega della fiorista e ci vide il pittore di stanze. Parve meravigliato. Allora Graziella, che un tempo gli aveva stirate pur le camice, lo salutò con un sorriso.

—Come state? Non vi siete fatto più vivo?

—Sono stato ad Arona, fin'ora—disse—per l'impiego…

—Avete saputo?—chiose la stiratrice, dopo un silenzio.

—Ah!—fece lui, picchiando sul manico del ferro col pometto del bastoncello—Sì, so tutto. Doveva finire così… Con quella madre! E don Peppe?

—Chi l'ha visto più?

—E… Fortunata?