—Ma con te, che sei compaesano suo, potrebbe far eccezione alla regola.

—La Regola—rispose il mio amico, celiando—impone il silenzio alle suore, specie coi giovanotti malati, specie alle suore giovani.

—Senti, caro mio, francamente io vorrei trovarmi qui, in questo tuo letto.

—Con gli stessi dolori?

—Con gli stessi dolori.

—Con la stessa gamba impacchettata? Con la stessa mania di volere e di non poter uscir a vedere il sole, a veder camminar la gente per via, a vedere le carrozze, a camminare? Va là, tu scherzi. Siamo troppo amici. Nemmeno ai cani lo auguro.

—E io vorrei essere qui, nel tuo letto.

—Per vedere suor Carmelina? Per parlare con suor Carmelina? Per sentire la voce di suor Carmelina?

—Per questo.

Lui rise fortemente. Ella in quel momento passava e si volse. Le donne hanno questo di particolare che anche da lontano, con la coda dell'occhio, appurano quello che dite e se parlate di loro. Per un momento la sua veste passò lungo la fila dei letti, senza romore, senza toccarli, lambendo i larghi quadroni di marmo del pavimento. Un malato, il numero 34, un vecchio colono da Melito, si levò a sedere sul letto e si sberrettò, con una grande reverenza, mormorando qualcosa. La suora gli rispose con un piccolo moto del capo. Forse gli sorrise, ma le tese larghe della cornetta c'impedirono di vedere. A un posto della sala si chinò, raccolse la buccia d'un'arancia e per l'aperto finestrone la buttò giù nel cortile. Poi sparve.