— Ha un cerino? — chiese l'ercole, che aveva vuotato nel cavo della mano il fornellino della pipetta e or la ricaricava, lentamente.

Ne prese un fascetto dalla scatola che gli porgevo e se li mise in saccoccia.

— Scusi se mi permetto..... Ma qui a Giffuni non v'è un solo cortile che abbia uno straccio di lume. L'altra notte per poco non mi sono spaccato il capo a un muro... Ma lei che ha, dottore? La vedo così uggioso! Che ha? S'annoia, non è vero? Certo son pene di cuore!

Sorrisi, malinconicamente. E mentre, voltandomi, cercavo sul divanetto ov'ero seduto, il mio bambù e l'ultimo fascicolo della Rivista Clinica sulla quale il di Bartolo s'era adagiato, l'ercole, frugando nel taschino del panciotto, borbottò:

— S'intende: questo non è paese per gente che vive. Denari in giro niente: divertimenti niente. Nemmeno un teatro. Prefettura e Municipio nello stesso palazzo, all'ultimo piano! Macchè. Dopo dimani adios!

— Lei resta? — feci al di Bartolo.

L'altro nostro compagno di tavolino, Bazza, cancelliere alla Pretura, al solito s'era addormentato. Usava di far questo ogni sera, e lo svegliava il cameriere quando il caffè si chiudeva.

— Ma è presto — osservò il di Bartolo — Guardi, non sono le dieci. Io resto ancora un poco e accompagno Bazza. Ma lei proprio vuole andar via?

— Ho sonno — risposi — Arrivederci.

— Signori! — salutò l'ercole, che pur s'era levato e si sberrettava.