— Ma, che hai? Carlo? Che hai?...

Guardò intorno, come a interrogar sul mio silenzio le dolorose e fredde pareti della nostra stanzuccia. Io ero rimasto impiedi tra la vetrata e le imposte del balcone. Era un momento in cui l'oscuro Vico Majorani, laggiù a' Tribunali, taceva, penetrato tutto quanto da quella natural malinconia della sera che cade, dalla particolare tristezza dell'ora in cui pare che tutte le anime si raccolgano. Brillò un lume, di fuori, a un tratto. Di faccia al nostro balcone al primo piano s'accendeva il fanale al cantone. Arrossato nel volto da quell'improvviso fuoco esteriore, ritto, rimpetto a me, Barra mi stendeva le mani. Io le presi e le serrai, muto.

— Ma che hai? — mi ripetette — Tu tremi?.... Tu hai le mani gelate!

Balbettai:

— Senti..... Credevo..... M'era parso che tu sapessi.....

— Ebbene? Che cosa?..

— Ho avuto il decreto, ecco: il decreto di professore.....

— Come! — esclamò — Ma davvero?..

Gl'indicavo il deschetto, sul quale il lume esterno a pena riesciva a far biancheggiare, nella oscurità, quel provvido foglio. Barra lo prese, s'appressò alle vetrate un'altra volta, lo lesse in fretta.

— Perdio!.... Ma come!... E non mi hai detto nulla!