Nient'altro.

Evviva! Ma dove ottener più precise notizie, dove potermi congratulare con quel poveretto, dove poterlo riabbracciare? Corsi all'ex monastero di Santa Patrizia, infilai daccapo quel lungo e oscuro corridoio che m'aveva guidato alla cella di Totò e, con una indescrivibile emozione, picchiai al numero 40.

Mi venne ad aprire un vecchietto che aveva fra mani un berrettino tondo intorno al quale egli stesso andava cucendo un nastro di felpa. Dallo schiuso della porta s'intravedevano un lettuccio basso, una vecchia sciabola e due grandi stivaloni appesi al muro, delle immagini, delle fotografie, un ritratto di Ferdinando II, attaccati alle pareti. La stanzuccia mi parve quella d'un qualche militare in ritiro, d'un solitiero, come dicono a Napoli. Il vecchietto aveva ancor l'aria marziale, un bel paio di bianchi baffi rialzati, una giacchetta soldatesca, abbottonata fino al mento.

— Scusi, Totò del Lago?

Egli esclamò, sorpreso:

— Come! Chi?..

— Domando perdono — soggiunsi — Ha forse sloggiato?

— Da un pezzo — disse lui.

— Sono un suo amico. Venivo a vederlo. A congratularmi con lui anzi, che, pare, ha riacquistato la vista... Lei... scusi, ne sa niente?.. Vedo che occupa la sua stanza...

Egli mi continuava a sgranar gli occhi in faccia e taceva.