Totò sorrise ancora, amaramente. E io m'accorsi della mia storditaggine. Che poteva sapere, il povero cieco, del fisico dell'angelo? Ma egli continuava a narrarmi di tante piccole circostanze sentimentali per cui nell'anima di lui, se non davanti agli occhi suoi, la visione della misteriosa benefattrice era delle più delicate e suggestive. E in quello strano, caratteristico ambiente del monastero di Santa Patrizia, il romanzo di Totò si coloriva de' colori più delicati.
— Mi scriverete ancora qualche volta? — chiesi al mio amico sul punto di lasciarlo.
— Ma certamente. Spero di potervi presto annunziare la mia guarigione.
— È la felice soluzione del vostro idillio — soggiunsi.
— Chissà?... — disse lui.
II.
Passarono, da quel giorno, sei o sette mesi. Notizie di Totò, durante tutto quel tempo, io non avevo potuto più apprendere poi ch'ero dovuto partire, appena qualche settimana dopo di averlo visto, per la Germania. Lassù, di volta in volta, mi si rifaceva vivo il ricordo de' miei amici di Napoli e spesso, nella nebbia nicotizzata d'una qualche birraria di Magonza o di Heidelberg, tra' fumi del prosciutto caldo e del saüercraut, la ideale e dolorosa figura di Totò del Lago mi appariva come quella d'un personaggio poetico e tragico di quella nordica letteratura.
— Sarà egli guarito? mi domandavo — E come sarà andato a finire il suo malinconico flirt?
Tornato a Napoli trovai, fra le parecchie che il mio portinaio aveva avuto la splendida idea di serbarmi per tre mesi nel suo casotto, una lettera di Totò. Questa volta egli scriveva manu propria, con la sua bella calligrafia chiara e grande, indizio, come osservano i grafologi, d'una passionalità generosa.
«Sono guarito! — annunziava la lettera — Vedo! Vedo!»