L'ora scoccò all'Arcivescovado. Letizia si volse attorno, smarrita. Era notte. S'era spento l'incendio del bosco, il cielo s'era chiuso, un velo plumbeo, subitamente, scendeva sulla «Riviera Casilina» e la nascondeva. Nell'ombra, alcune forme confuse passavano sullo spiazzo e si disperdevano. Allora ella scese dal ponte verso il «Corso Appio». Traversò lo spiazzo con celere passo, tutta raccolta nello scialle, frettolosamente. E pur, sul punto di penetrar nella via cittadina illuminata e viva, per un momento si soffermò, parve incerta. Ma ella voleva soffocare nello scialle un singhiozzo e nascondervi le sue lagrime, poi che piangeva, procedendo. Fu un attimo. Poi mormorò:
— Andiamo. Volontà di Dio.
Rabbrividì. Si premette le labbra con un lembo dello scialle, come per soffocarvi nell'atto stesso che ne uscivano quelle parole orrorose. Ma vide, davanti a lei, luminoso, felice il «Corso Appio»: alcune donne ridevano sulla soglia d'una bottega, un cuoiaio tranquillamente fumava presso alla sua, appoggiato allo stipite, e con un cicaleccio allegro, parlando di cose vane e giovanili, sbucavano da un palazzo tre o quattro fanciulle e passavano.
— Sì, sì — disse Letizia, disperatamente, nel cospetto di questa provocante pace d'anime e di cose — Volontà di Dio!.. Volontà di Dio!
Entrò nel «Corso Appio», e andò avanti, risoluta.
III.
Andava, andava, senza fermarsi, con la testa bassa. In «Piazza dei Giudici», ove metteva il primo tratto del Corso, da un globo enorme si diffondeva la luce elettrica e il vaporoso pulviscolo d'una pioggerella fitta e fredda roteava, penetrato da quel lume, per breve spazio attorno. Alle prime avvisaglie della pioggia i capuani avevano disertata la piazza: vi rimanevano de' soldati d'artiglieria, in piccoli gruppi, un crocchio di borghesi che s'avviava, per ripararvi, all'androne del palazzo municipale, due carabinieri ammantellati, gravi, lenti, solenni e lo scemo del «Vico Cimino», un piccolo uomo di forme e di fisonomia scimiesche le cui membra piteciche s'aggrovigliavano al palo del lume elettrico, sferzate dalla pioggia e tremanti.
Come Letizia passò d'avanti all'«Arco Mazzocchi», una folla d'operaie del laboratorio pirotecnico ne sbucò fuori con alte voci confuse, imprecanti alla pioggia, e si rincorse lungo la murata del Municipio, trascorrendo verso «Porta Napoli» ove il Corso finisce. Letizia si mescolò a quella folla e andò avanti. Di tratto in tratto se ne spiccavano due o tre operaie e pigliavano, per rincasare, altre strade. Presso «Porta Napoli» la comitiva s'era diradata: le tre femmine di un ultimo gruppetto che Letizia seguiva a un tratto si misero a correre, rincorandosi, strillando, con le gonne raccolte, e presto sparvero nel buio. Letizia s'arrestò: si guardò attorno, cercando di risovvenirsi. Poi fece ancora quattro o cinque altri passi e scomparve in un palazzetto a una delle cui finestre basse penzolava, sbattuta dal vento, l'insegna tarlata di una locanda.
Per la scala salì a tentoni. Non v'era lume, ma ella conosceva il numero dei gradini e il posto della porticina alla quale picchiò, con la mano spiegata, due volte.
— Viene! — fece, di dentro, una roca voce maschile.