S'aperse la porta e un fiotto di luce dilagò sul pianerottolo. L'uomo che aveva aperto reggeva il lume nella destra e stringeva gli occhi cercando d'affisar bene la sconosciuta e traendosi addietro per lasciarla passare.
— Bè — disse ancora, dopo aver chiuso l'uscio, cautamente — In che vi devo servire?
Levò il lume fino al volto della donna e con l'altra mano fece visiera alla fiamma.
Ma com'ella si liberava dello scialle, raccogliendolo sul braccio, e gli si rivelava, immobile, ritta di contro a lui e muta e tutta illuminata nella pallida faccia, l'uomo esclamò:
— Letizia! Ah, tu sei, dunque?
E annunziò, voltandosi a una porticina socchiusa, dietro la quale una voce borbottava.
— È Letizia di «Riva Casilina». Letiziella. Quella del furiere.
Letizia si coperse la faccia. Cessò il borbottìo dietro l'uscio socchiuso. Una voce chioccia, mentre l'uomo riponeva il lume sulla mensa dalla quale s'era levato, salutò:
— Buona sera. Ora vengo.
— È Chiarina — disse l'uomo, sedendo presso alla tavola — Ha le gambe enfiate, con rispetto, e le unge con certa pomata che ho preso a Napoli. E, per giunta, ha un'emicrania da cavallo. Sarà lo scirocco.