Indicò una seggiola. Soggiunse:

— Non siedi? Vuoi crescere?

— Devo parlarvi — disse Letizia.

— Meglio. Dunque siedi. Che mi dici? Il furiere che fa?

— Il furiere m'ha lasciata, don Placido.

— Ah! — fece l'uomo, battendo la mano aperta sulla tavola — Possibile? Senti, Chiarina — e si girò sulla seggiola, parlando forte all'uscio socchiuso — Dice che il furiere l'ha lasciata.

— Vengo — rispose ancora la voce.

Don Placido, un grosso uomo rossastro, quasi calvo, animalesco, tese la mano a un piatto ov'era della carne d'agnello e se ne recò un pezzo alla bocca, strappandogli, co' forti molari, fin l'ultime cartilagini. Si versò del vino. Sotto il lume, stretta al collo della bottiglia, la sua mano tremava come per impeto di sangue; sul dosso vi rigurgitavano le vene enfiate e le dita vellose ed unte, terminate da unghie, corte e schiacciate, lucevano del recente contatto della vivanda. Un alito impuro emanava da quella stanza e dai suoi abitatori, come un fiato di anime e di materie corrotte: alle nari di Letizia, dal mensale chiazzato da larghe macchie di unto e di vino, saliva un lezzo disgustoso. Il lume a petrolio, per la vampa troppo viva, fumava, e il fumo, in sottile spira nerastra, si levava, interrottamente.

— Don Placido, — disse Letizia, vincendo il suo turbamento — io non posso restar più a Capua. Capite, don Placido? Sono rovinata, e la rovina mia non la posso nascondere.

L'uomo la guardò fisamente e gli occhi suoi piccoli e vivi, trascorrendole addosso, s'indugiarono, interrogandolo, su quel piccolo corpo palpitante e raccolto.