— Tata! Tata! Mamma piange e ti vuole!.... Ohi, Tata!
Scese dal muro, sedette per terra, e aspettò.
Il sole volgeva al tramonto. Pel puro cielo procedevano due nuvole macchiate nel loro candore argenteo da strisce brunastre, come se per entro vi fossero passati i denti d'un pettine immane. Nel lontano, ove lo sguardo raggiungeva la immensa distesa dei campi, dalla parte del sole, una nuvola aranciata s'orlava di rosso vivo. E dai campi, dalla boscaglia respirante a ondate un caldo vento, arrivavano susurri indefinibili e incessanti, ronzii d'insetti, pispigli brevi e sommessi.
— Tata! — balbettava il piccino — Mamma ti vuole!....
Poi non insistette oltre. Lo coglievano la stanchezza ed il sonno.
E laggiù, nel silenzio tragico ed alto, a un punto lo scemo si stese sull'erba, chiuse gli occhi e s'addormentò.
PESCI FUOR D'ACQUA.
— Sì, sì — ripetette, seduto di faccia a me alla medesima tavola, il mio compagno d'ufficio de Laurenzi — io son deciso a resistere! Staremo a vedere! L'ufficio? I doveri dell'ufficio? L'orario? Ma l'ufficio non conta nulla, mio caro, a fronte di tutta una vita, di tutti i ricordi che v'inchiodano al posto ov'è stato il padre. Il padre, capisci? E io dunque dovrei rinunziare alla scrivania di mio padre, alla stanza dov'è stato mio padre, all'aria che ha respirato mio padre! Ah, sì per esempio! Ma voglio vederlo, voglio!
S'interruppe. Il cameriere, un de' più anziani di quella ignobile gargotte ove s'andava a far colazione tra preti, avvocati, studenti, e cantanti del teatro vicino ora gli poneva davanti un piatto di baccalà alla livornese fumigante in una brodaglia rossastra. Gli occhi miopi del de Laurenzi s'appressarono al piatto e vi si sprofondarono e lo interrogarono avidamente: tra quel vapor succulento le nari d'un lungo naso floscio palpitarono e si dilatarono.
— Alla livornese, professore — disse il cameriere — Poi me ne parlerà. E appresso ha ordinato?