Un gran pino spandeva per terra la sua ombra gigantesca: una piccola pina, caduta dall'albero, s'apriva al sole. Il piccino la raccolse e la mise in saccoccia. Poi si rincamminò, lentamente. Allo svoltare che fece da un sentieruolo pieno di foglie cadute adocchiò una lucertola che s'era stesa pigramente al sole. Si gettò carponi e l'acchiappò sotto il berretto. Sedette a terra, avvolse la bestiolina palpitante in una pezzuola e la cacciò in tasca. Si levò e si rimise a correre.
Dopo cinquanta passi gli si parò davanti il muricciuolo su cui s'affacciava la pagliaia di Donato Auricchio. Era quasi diroccato tra l'erbe selvaggie e un roveto arso lo assaliva alle spalle.
Il rosso s'arrampicò sul muricciuolo e sporse il capo dalla sua cresta. La pagliaia bruciava ancora: il bizzarro scheletro delle ultime sue canne ardeva, scoppiettando nella cenere nera; una spira di fumo saliva nell'aria.
E lì, a pochi passi, tra l'erba arrossata, un corpo giaceva bocconi.
Il rosso riconobbe suo padre.
Chiamò, dal muretto:
— Tata!.... Tata!....
Gli rispose il silenzio. L'ammazzato si vedeva poco in faccia: si vedeva appena l'adunco profilo del suo naso sotto una ciocca di capelli rossastri e scompigliati. Una mano aperta, tutta pesta e sanguinosa, spuntava tra l'erbe.
Lo scemo non si sentiva l'animo di saltare il muricciuolo. Guardava quel corpo, senza comprendere.
Tornò a chiamare: