Difatti la pazza m'arrivò allo studio qualche ora appresso, nella sua solita grottesca toilette. Durante il primo riposo cercai di farmi narrare la storia della Virginia: doveva bene avere una storia la biondina. Ma mi riescì di sapere poco o nulla: la vecchia anzi s'era rabbuiata e mostrava di non volersi troppo intrattenere dell'argomento. Sì, la Virginia le aveva ceduto il suo letto, l'aveva fatta accogliere in quella casa per carità, s'era impietosita, ecco tutto. Figlia di signori, la Virginia: sapeva leggere e scrivere e aveva pur cantato a teatro.
Tutto questo ella m'andò borbottando con la sua solita disordinata maniera di narrazione, così che non riescii che a comprendere ben poco: il vaniloquio della pazza raffittiva l'oscurità che io avevo cercato di penetrare e in cui si perdeva la figura, pur così interessante, della piccola bionda.
Costei morì sullo scorcio di novembre e donna Clorinda morì due settimane appresso. La virago mi raccontò che la vecchia s'era seduta nella poltrona di Virginia e lì s'era lasciata finire. La collana di corallo se l'era presa la virago: glie la vidi al collo. Chiarina mi disse che alla pazza non avevano trovato nulla addosso, infuori d'un piccolo e logoro portafogli nel quale erano due o tre soldi e, avvolto in un biglietto del lotto, un bel ricciolo di capelli biondi che somigliavano tanto a quelli della Virginia.
— Ah, caro Lei, — mi fece il donnone, sull'uscio di strada — non può immaginare che s'è patito con quelle due! E lei?.. Tornerà?.. Ora son finite le malinconie... Badi... si tenga a sinistra... Mille rispetti. Ci venga a trovare, neh? E per cose allegre, ora, per cose allegre!..
QUARTO PIANO, INTERNO 4.
Al quarto piano d'uno de' mastodontici palazzi del Vasto, un nuovo rione risultato dalla bonifica delle paludi, rimpetto la stazione ferroviaria, il maestro direttore d'orchestra Sponzilli — la cui moglie, scappatagli di casa con un tenore, era finita di febbre gialla in America — abitava l'interno 4 con la figliuola Sofia e una servetta, l'Emilia, che in casa chiamavan Milia — una contadinotta di Corleto Perticara.
S'era nel luglio. Presso alla finestra che affacciava sul vasto cortile del palazzo Milia s'era posta a lavorare all'uncinetto. Le mani pienotte e arrossate che, poco prima, avevano risciacquato panni e pentole andavan lente: di volta in volta l'uncinetto, tra quelle impratiche dita poco agili, s'arrestava e ricascava in grembo alla giovanetta. E di su il davanzale della finestra, tra un vaso di menta e i fascicoli d'un romanzo illustrato, il gatto di casa, che lì aveva trovato il suo posticino al sole, la contemplava, ammiccando. Un'afa sciroccale pesava sul cortile silenzioso: le ore d'un torrido pomeriggio scorrevano tardissime.
Improvvisamente suonò, breve, una voce. La servetta trasalì e levò il capo: si levò pure il gatto e fece arco della schiena e sbadigliò. La voce veniva dalla camera da letto della signorina Sofia.
— Milia! Milia!
Il gatto scese dalla finestra e s'avviò. La servetta raccolse il merlettino, il gomitolo, l'uncinetto e ammucchiò tutto sui fascicoli del romanzo. Si levò e scosse il grembiale.