Passò un mese. I piccini del colombo s'erano fatti grandi e strillavano, sporgendo dalla buca le testine ancora spelate. Attorno a quel nido altri nidi si destavano all'alba e un pigolìo continuo succedeva sino a quando l'appetito dei piccoli colombi non era soddisfatto. I colombi grandi tubavano all'ombra, empiendo il cortile della dolcezza dei loro amori.

In luglio il colombo grigio si ricordò della conoscenza. Ma in quella mattina avea avuto tanto da fare e s'era così impensierito di certi muratori che erano venuti a mettere scale sui muri, presso i nidi, che la visita dovette farla a sera quando i muratori se n'erano andati.

C'era una luna bianca che faceva capolino di su il belvedere delle monache.

— Buona sera, — disse il colombo. — Come state? Sentite che bell'aria fresca?

— Ahimè! — disse il canarino. — Se sapeste, amico mio! Da tempo in qua sono colto da tale tristezza che a momenti mi pare di morire. Mi spoglio ogni giorno più e mi pigliano brividi di freddo, ed anche provo una grande debolezza. Come mai questo, caro amico?

— Cosa volete che vi dica? — rispose il colombo, con gli occhi bassi. — Io son qui di rimpetto, se mai.

E se ne andò, ammalinconito pure lui.

Poi tornò dopo una settimana. La gabbiuzza era vuota. Ma c'era ancora, sulla finestra, una ultima piuma gialla. Il colombo non ebbe coraggio di portarsela via.

E c'era un chiaro di luna quella sera, un chiaro di luna così grande, così grande!...

Fortunata la fiorista