Parlando saliva; a un tratto la vedova non lo vide più. Ma udì la sua voce, dall'alto, mentre saliva anche lei:
— Ultima camera, avete capito?
— Sissignore! — gridò la vedova. — Grazie, signore, Dio ve lo renda!
Il segretario era un uomo assai maturo, molto per bene, con occhiali d'oro, con un bell'anello al dito indice. Sedeva presso la sua scrivania, firmando certe carte che un impiegato gli metteva innanzi una dopo l'altra, asciugando le firme sopra un gran foglio di carta rossa.
Nella camera c'era la stufa, che vi spandeva un lieve tepore.
— Chi siete? Che volete? — fece il vecchio, levando gli occhi dalle sue carte ed esaminando la vedova e la bambinella.
La vedova non sapeva che dire.
— Sono Carmela Selletta, eccellenza, volevo vedere, se è possibile.... io ho qui mio figlio.... ha sette anni.... Giuseppe Selletta....
— Ma, Dio mio! Non dovete venire qui! — fece il vecchio, con la penna levata. — Questo non è parlatorio, Dio mio! Ah! santa pazienza!
— Così m'hanno detto, eccellenza, — mormorò la vedova, mortificata. — Ho incontrato per le scale un giovane e m'ha insegnata la porta.