Bonasera.

Sentite che caldo?

Sì.

Peppì, io sto adacquanno 'e teste: si cade l'acqua dicitemmello, ca me dispiace.

Nonzignore, l'acqua nun cade.

Pecchè me dispiaciarria, Peppì....

Nonzignore.

La capèra sospirava e rientrava, lentamente. Impossibile commovere quest'acquaiuolo malinconico. Nella stanzetta, che già andava accogliendo dolci penombre, lo specchio luceva in un cantuccio. La capèra ha dovuto spesso mirarvisi. Ancora i capelli neri erano copiosi e belli, ancora, tra la lor frangia diffusa, gli occhi neri splendevano, ancora la bella bocca era rosea. Che importava la sua vedovanza? A volte meglio una vedova che una zitella. Ma Peppino non ne voleva sapere. Che peccato!

Verso le cinque o le sei della sera le comari del vico spazzavano le case. Qualcuna si pigliava briga di rinfrescare il selciato arso, buttando acqua qua e là. Il selciato si macchiava di tante chiazze nere, da cui saliva un tanfo di polvere cacciata via dall'acqua. La viuzza faceva toletta. Ma, dopo, aspettando che vi arrivassero da tutte le altre vie del quartiere gli operai dal lavoro, le femmine dalla fabbrica dei tabacchi, le rivettatrici dalle botteghe dei calzolai, i cenciaiuoli ambulanti con la gerla piena di stracci e di cappelli vecchi, la viuzza taceva, presa da quella malinconica pace delle stradicciuole napoletane ove ogni casa nasconde e cova un dolore.

Peppino Battimelli continuava a meditare.