— Ieri — cominciò il mio amico — al dopopranzo, suor Carmelina m'ha fatto presente d'una manata di confetti. Abbiamo chiacchierato a lungo; lo spedale s'era messo a dormire. — Dove se ne va, ora che è guarito? — Me ne vado a Venezia, — le ho risposto, — vado a rivedere mio papà e la mamma. — Beato lei, che ci ha tutti e due! — E lei? — Ha chiusi gli occhi, ha scosso tristemente il capo: — Non ho nessuno. — E come nessuno? Fratelli, sorelle? — Nessuno..... — Ti dico, caro mio, — soggiunse il mio amico, — sono stato preso da una grande pietà. Non ho saputo nulla rispondere, nulla dire a confortarla. Tutto ieri ella è rimasta in sala. A sera, per le finestre, entra un gran profumo di zagare, dal giardino. Ier sera se ne moriva; una cosa deliziosa, inebriante. Suor Carmelina passeggiava in lungo e in largo. Spuntava la luna, laggiù, dietro il comignolo della fabrica di steariche, guarda.... lì. Io mi son messo a canticchiare:
De Venezia lontan do mila mia
no passa dì che no me vegna a mente
el dolce nome de la patria mia,
el linguagio e i costumi de la zente....
E continuavo:
Soto el ponte de Rialto
fermaremo la barcheta,
O Venezia benedeta,
no te vogio più lassar....